lunedì 22 maggio 2017

Chiacchiere chiacchiere bla, bla, bla... #20 - Annarita Briganti al Trentesimo Salone del libro di Torino. #SalTo30



Buongiorno lettori, come state? In questo lunedì che mi vede un po’ acciaccata in parte da un raffreddore improvviso e distruttivo, in parte dalla stanchezza per la trasferta torinese voglio condividere con voi il mio breve pensiero sulla presentazione cui, con Baba Desperate bookswife, ho assistito ieri alla mia giornata al Salone dei libri di Torino. 
A un anno e mezzo dall’uscita del suo secondo lavoro – L’amore è una favola edito da Cairo - Annarita Briganti lo ha presentato, in una sala gremita e attenta, tenendo banco magistralmente per più di un’ora. Si è parlato di amore ma anche di anaffettività; si è parlato di relazioni interpersonali, di stalking, di tradimenti ma anche di grandi rinascite. È un vulcano Annarita, ironica, divertente ma soprattutto competente. Nel suo lavoro di giornalista ha avuto l’onore di incontrare, negli anni, numerosi nomi noti della letteratura e da questi ha colto insegnamenti di vita – oltre che ovviamente insegnamenti lavorativi - che l’hanno segnata e che si sono poi riversati nel suo lavoro. È così che si è parlato di Tiziano Terzani e di Oriana Fallaci, due figure che vengono citate nei suoi libri. E Annarita ha parlato anche di arte - il suo primo amore bis insieme alla scrittura – perché L’amore è una favola ne è pregno. Insomma una chiacchierata a tutto tondo in cui gli occhi erano tutti puntati su di lei e sul moderatore – Andrea Munari – che ha saputo costruire le domande ricollegandosi a quello di cui Annarita parlava, rendendo il tutto fluido e assolutamente non costruito. Bellissimo anche l’intermezzo musicale di Giangilberto Monti che ha eseguito delle canzoni perfettamente in linea con i libri di Annarita e con i suoi protagonisti. 


È stato bello ritrovare Gioia, la sua protagonista, e mi è tornata la voglia di rileggere sia Non chiedermi come sei nata che L’amore è una favola perché nonostante siano memoir che prendono spunto dalla vita vera dell’autrice, che quindi è un po’ Gioia, Gioia è anche un po’ tutte noi. Perché a tutte è capitato di subire apprezzamenti non desiderati, a tutte è capitato di essere state lasciate senza una ragione, a tutte è capitato di sentirsi sminuite nel lavoro in quanto donne, a tutte è capitato di aspettare un messaggio che non arriva mai…
Ringrazio Annarita che, nonostante il suo prestigioso lavoro per Repubblica e per diverse testate importanti, è una che non se la tira, che accoglie i suoi lettori con un abbraccio, che preme per autografare i libri o farsi un selfie insieme ai suoi fan. 


Insomma una persona vera che, anche dopo centinaia di presentazioni in tutta Italia, ieri tremava come una foglia al pensiero di doversi sedere su quel palco a parlare del suo lavoro di cui, si vede, va tanto fiera.
Ora speriamo solo che la casa editrice Cairo pubblichi in fretta il terzo libro!

Prima di lasciarvi ecco i link alle recensioni dei libri che, ovviamente, vi consiglio di leggere se ancora non lo avete fatto:


venerdì 19 maggio 2017

Letture con Marina #14

Buon venerdì lettori, come state? Io mi appresto a trascorrere un weekend intenso infatti sarà al Salone del libro di Torino tutta la giornata di domenica, non vedo l'ora!!! Ci sarete? Se sì fatemi un fischio che ci beviamo un caffè insieme!
Tornando alla programmazione del blog, oggi torno con la rubrica di Marina. Vi auguro un magnifico weekend e lascio a lei la parola.


Piccola pausa dal ns appuntamento con i finalisti del Premio Selezione Bancarella, perché proprio non ho potuto fare a meno di leggere questo piccolo gioiello.
Autore: Paola Calvetti
Titolo: Gli innocenti

Casa editrice: Mondadori
Pagine: 132
Genere: Narrativa
Anno Pubblicazione: 2017

Sinossi:  Forse non si arriva a capire la natura della musica finché non si conosce la natura dell'amore, se mai ne esiste una.
Jacopo e Dasha, due voci smarrite sullo spartito della vita, sono in scena per il Doppio concerto per violino e violoncello di Brahms che, pagina dopo pagina, è l'occasione per rivivere – in un serrato e immaginifico dialogo – i passi della loro storia d'amore. Dopo una lunga assenza, Jacopo torna a Firenze, all'Istituto degli Innocenti, il luogo eletto che lo ha accolto quando venne abbandonato da una madre rimasta nell'ombra, la cui identità è diventata negli anni la sua claustrofobica ossessione. «Come posso scoprire la mia storia se non so da dove vengo?» si chiede. Adottato da una famiglia troppo fragile e gravato di aspettative insostenibili, Jacopo è stato privato della spensieratezza dell'infanzia. A salvarlo è stato un piccolo violino, l'àncora alla quale assicurare i desideri e i sogni. Perché, se la felicità è un talento, Jacopo riesce ad avvicinarla solo stringendo fra le braccia lo strumento. Ma non sempre l'amore salva. Non se nell'amore pulsano, insistenti, vecchie ferite. Dasha, nata in un piccolo paese in Albania, è cresciuta circondata da un amore che Jacopo non conosce. Grazie a un padre devoto e illuminato, ha potuto frequentare il Conservatorio di Tirana, dove ha incontrato il violoncello, destinato a diventare il suo unico amico. Fuggita dal porto di Durazzo, sola con il suo strumento, dopo la rovinosa caduta del regime, è sbarcata a Brindisi il 7 marzo del 1991, insieme a migliaia di profughi. Anche le sue radici sono state recise, ma la musica ha compiuto il miracolo di preservare dal dolore il suo animo delicato e forte. Eppure nemmeno Dasha, che ora suona di nuovo accanto a lui, è riuscita a distogliere Jacopo dalla ricerca di un passato che ha il potere di avvelenare il presente, rendendo orfani i due amanti di un futuro possibile. Dove ad aspettarli, forse, c'è un bambino. Nel corso dell'esecuzione del Doppio di Brahms accadrà qualcosa di totalmente imprevisto. La musica si fa eco dell'amore e di una sconvolgente rivelazione, cui non può seguire altro se non un silenzio colmo di incanto, lo stesso che resta nel cuore del lettore.
RECENSIONE:
 
Piccola pausa dal Premio Selezione Bancarella, perché proprio non ho potuto fare a meno di leggere questo piccolo gioiello. Come sempre, con le dovute considerazioni – personalissime. Già in un precedente romanzo della stessa autrice (Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili), avevo pensato che l’idea di base del romanzo fosse originale, anche se poi lo svolgimento della trama non mi aveva completamente entusiasmata. Le recensioni per questo romanzo erano più che positive e così non ho saputo resistere al richiamo di un’autrice italiana, che parla di Fiesole e di Firenze – e mette in scena Brahms, come già fatto nel romanzo Olivia, qui però facendo della musica la protagonista principale, dove là Shakespeare diceva che “quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose”, confermando anche in questo romanzo un filo conduttore di serendipità. Un uomo oramai maturo – il Maestro Jacopo Landi - con l’esperienza dell’abbandono da neonato durante l’alluvione dell’Arno del 1966, la seguente adozione da parte di una coppia e la morte prematura di questa nuova mamma… Una ragazza che ha la metà dei suoi anni – Dasha – figlia amata, albanese scappata dal suo Paese agli albori degli “sbarchi della salvezza”, suonatrice di fila di violoncello. Un incontro fortuito quanto fatale. Amore con la A maiuscola sin dall’inizio, fatto di passione fisica e condivisione della musica, che per Jacopo sembra essere anche un modo per comunicare, dato che le parole non escono con facilità. E i segreti restano tali. Un amore fatto di confidenze, che però esclude i fatti salienti – anche se traumaticamente dolorosi – dell’infanzia abbandonata da parte di Jacopo e delle vicissitudini dopo sbarco in Italia da parte di Dasha. Cinque anni e poco più di un amore totalizzante, che però non riesce a far maturare Jacopo dal punto di vista umano e sentimentale. Una vita interrotta, si può ben dire. Una crescita interrotta, che Dasha non può più condividere e curare.
Bellissima la parte iniziale del racconto, quando Jacopo Landi conosce la Direttrice dell’Istituto degli Innocenti (dove lui ha trascorso, abbandonato, i primissimi anni della sua infanzia), in un botta e risposta tra i due, a mo’ di presentazione della storia che si va a dipanare. Meravigliosa la descrizione di Firenze con nomi di strade e paesaggi che invogliano il lettore a trasformarsi seduta stante in un turista. E’ una danza questo romanzo, la cui musica intesse le pagine che si vorrebbero leggere in un millisecondo, quasi senza la pazienza di leggere pagina dopo pagina, veloce perché devo sapere...
E non conta l’esperienza – purtroppo molto più drammatica – di persone che si sono conosciute nella realtà, vite interrotte che hanno abbandonato il loro Paese in lutto, lasciando affetti che mai più verranno ritrovati, perdendo veramente tutto, finanche una professione di prestigio che nel paese ospitante non può essere riconosciuta.
No, non è questa la ragione per cui il romanzo piace – seppur questa è senz’altro motivazione che porta alla commozione e alla partecipazione attiva delle parole stampate.
Questo romanzo è coinvolgente in modo viscerale, perché le impossibilità e le ossessioni di cui ci ammantiamo le ritroviamo tutte nelle parole e nella storia di quest’autrice.
E come dice il Maestro, “forse non si arriva a capire la natura della musica finchè non si conosce la natura dell’amore, se mai ne esiste una” – e con le parole del Grande Bardo, si conclude questo romanzo, quando il Maestro, pago solo per aver saputo, finalmente libero dalla sua ossessione, “sente che la sua anima è pronta, così come lo sono le cose” che da qui in avanti lui e Dasha saranno in grado di costruire insieme. Nella musica e finalmente, nelle parole.
Vi lascio quindi alla lettura di questo romanzo e dandoVi appuntamento a Venerdì per il prossimo romanzo in lizza per il Premio Bancarella, Vi auguro un buon fine settimana.



giovedì 18 maggio 2017

Leggendo SerialMente - Gruppo di Lettura #2 - Settima tappa



Buongiorno carissime, eccoci di nuovo qui, a commentare insieme la prima parte de La biblioteca delle anime, di Ransom Riggs edito da Rizzoli, terzo libro della saga di Miss Peregrine. Scusateci per gli spostamenti delle tappe tra i blog che abbiamo avuto nelle ultime settimane ma purtroppo quando abbiamo suddiviso le tappe non potevamo sapere quello che nei mesi a venire sarebbe successo. Dalla prossima tappa dovrebbe tornare tutto come il programma originale!!!


Prima di passare allo spoiler senza freno ci ricordo la suddivisione dei volumi:

LA CASA DEI RAGAZZI SPECIALI
06 aprile 2017 - Un libro per amico: commento da pag. 0 a pag. 150 (i primi 5 capitoli). - Link qui
13 aprile 2017 - Un libro per amico: commento da pag. 153 a pag. 263 (fino cap. 8 compreso). - Link qui
20 aprile 2017 - Desperate Bookswife: commento da pag. 267 a pag. 378, ovvero fino al termine del romanzo. - Link qui




HOLLOW CITY
Ci comportiamo come se la trilogia fosse raccolta in un unico volume, quindi abbiamo appena terminato il volume uno ma senza ulteriori presentazioni iniziamo a leggere il secondo.
27 aprile 2017 - Un libro per amico: commento da pag. 19 a pag. 168, (fino capitolo 5 compreso) - Link qui
04 maggio 2017 - Desperate Bookswife: commento da pag. 171 a pag 312 (fino capitolo 10 compreso) - Link qui
11 maggio 2017 - Desperate Bookswife: commento da pag. 315 a pag. 430 (fine libro). - Link qui

LA BIBLIOTECA DELLE ANIME
18 maggio 2017 - Un libro per amico: commento da pag. 17 a pag. 164 (fino al capitolo 3 compreso).
25 maggio 2017- Un libro per amico: commenteremo insieme da pag. 167 a pag. 300 (fino al capitolo 6 compreso).
01 giugno 2017 - Desperate Bookswife: commenteremo da pag. 303 a pag. 488 (fino alla fine del libro).





I RACCONTI DEGLI SPECIALI
08 giugno 2017 - Un libro per amico: commenteremo fino al capitolo intitolato Cocobolo escluso
15 giugno 2017 - Desperate Bookswife:  commenteremo insieme dal capitolo intitolato Cocobolo (incluso) a fine libro.






ATTENZIONE SPOILER!!!!!


Fatemi dire prima di tutto una cosa: avete tolto la sovra copertina del libro???? Se la risposta è no, correte a farlo. Se la risposta è sì… ma quanto è bella la cover rigida con tutte le firme che avete trovato sotto? La adorooooooo!!!
Ora torno seria.
Avevamo chiuso il secondo libro con Jacob, Emma ed il cane Addison alle prese con un vacuo, mentre i loro amici speciali venivano catturati portati via dal fratello di Miss Peregrine. Riprendiamo la lettura da questo punto, con il vacuo quasi ipnotizzato.
Il potere di Jacob prende sempre più forza tanto che a cavallo tra il secondo ed il terzo libro scopriamo insieme a lui che non ha solo la capacità di vedere i vacui e di sentirne la presenza da lontano – cosa che gli altri non possono fare – ma riesce anche a comandarli, parlando una lingua a lui ignota.
L’ambientazione iniziale è ancora Londra, ed ancora al presente, tanto che Jacob riflette su come sia stato possibile per lui passare da un anello all’altro senza l’aiuto di Miss Peregrine. Una riflessione che per il momento non trova risposta… che sia Jacob il primo ymbryne uomo esistente????
Anche in questo libro il viaggio continua, visto che i tre sono decisi a ritrovare i loro amici. Prendono la metropolitana con il vacuo alle calcagna e si ritrovano prima in una Fiera del fumetto – cosa che ho trovato un po’ tirata in quanto a credibilità – e poi all’ingresso di un nuovo anello. Un anello in cui entrano grazie all’aiuto di uno strano traghettatore, Sharon, un po’ Caronte e un po’ Cicerone di cui non è semplice capire se fidarsi. Grazie a lui e alle sue gite sul fiume in barca, a pagamento, riescono ad entrare a Devil’s Acre un anello tutt’altro che accogliente dove le case sono devastate, le persone – speciali e non – per niente amichevoli e dove, scopriranno, sono stati portati i loro amici.
Devo dire che le prime centinaia di pagine di questa prima parte l’ho trovata leggermente più lenta e meno appassionante rispetto ai libri precedenti. Il traghettamento l’ho trovato un po’ lungo e noioso. Mi è quasi sembrato che l’autore allungasse un po’ il brodo con le descrizioni per prendere tempo. Poi invece ho avuto l’impressione che si riprendesse dall’arrivo nella parte dell’anello chiamata Louche Lane, una zona perfettamente tenuta con negozi apparentemente normali ma che racchiudono, in realtà, una situazione terribile: la vendita degli Speciali al miglior offerente.
Mi è sembrata geniale la trovata degli Speciali venduti in vetrina, tipo prostitute ad Amsterdam, anche in questo caso Riggs credo sia riuscito a far riflettere su una questione molto lontana rispetto ai libri che ha scritto, ma assolutamente paragonabile ad essi. Fino ad ora questa è la caratteristica di questo autore che più preferisco!
Mi chiedo cosa sia la biblioteca delle anime, se ci sarà un riferimento palese all’interno del libro o come in Hollow city sarà solo un lontano richiamo alla questione ma non ce lo dirà mai apertamente. Diciamo che qui Sharon ha fatto un chiaro riferimento alla severità delle biblioteche di Devil’s Acre i cui libri sono ricoperti con pelle umana, ma chissà se ci inoltreremo ancora di più nella questione…
Un anello strano quello che ci presenta l’autore in questo libro, in cui i negozi sono raggruppati per isolati in base al genere, e in cui si passa all’improvviso da zone curatissime quasi accoglienti a zone devastate e sporche. Attreversando questo paesaggio assurdo, che gli riserva anche incontri bizzarri, Jacob, Emma ed Addison raggiungono finalmente il ponte per arrivare alla fortezza degli Spettri. Sanno che non sarà facile entrarci ma non immaginano neanche quanto. Il ponte non è finito e sotto di esso un vacuo è in attesa per attaccare chiunque provi ad oltrepassare il vuoto che divide la fine del ponte alla fortezza, un vacuo che Jacob non riesce a comandare. Come mai non ci riesce? Per quale strana ragione? Non faccio altro che chiedermelo. Non ci viene svelato in questa tappa ma sono sicura che lo scopriremo andando avanti.
Un altra cosa stranissima che non ci viene svelata è la questione fiale: sul ponte dei barboni aspettano - praticamente come dei drogati in astinenza - che gli spiriti di passaggio gli diano le famose fiale. Che siano le anime degli Speciali? Ho avuto questa idea sperando di scoprirlo ma niente, anche per questo dovremo aspettare.
Finiamo la parte con Addison che riesce ad agganciarsi alla parte inferiore della camionetta su cui ha riconosciuto l'odore di Miss Wren, camionetta che per attraversare il ponte vola letteralemente, sorretta dalle lingue del vacuo.
Cosa farà Addison quando sarà dentro? Come faranno Emma e Jacob ad entrare ed aiutarlo?
Che ruolo avrà Sharon nella lotta agli spettri? Troppe domande cui ancora dobbiamo dare una risposta quindi io lascio a voli la parola e mi ributto nella lettura!!!
Vi ricordo che la prossima tappa sarà il 25 maggio ancora qui e commenteremo fino al capitolo 6 compreso.

giovedì 11 maggio 2017

Recensione #187 - Ragdoll di Daniel Cole - Review Party

Buongiorno lettori, so che oggi qui ci sarebbe dovuta essere la tappa del gruppo di lettura  di Hollow City, non disperate, la trovate sul blog di Baba. Qui trovate invece un'iniziativa che ha coinvolto diversi blog grazie ad un'idea di Noemi del blog Emozioni di una musa.
Ha preso il via questa mattina un Review party dedicato al libro Ragdoll di Daniel Cole edito da Longanesi, pag. 380, - che ringrazio per la copia - primo romanzo dell'autore e primo capitolo della serie dedicata al detective Wolf, in uscita proprio oggi in tutte le librerie.  
Come funziona un Review Party? Semplice, su tutti i blog che partecipano all'iniziativa  trovate, oggi, la recensione di questo thriller, secondo quest'ordine di uscita:
Emozioni in bianco e nero: ore 9.00
Il mondo di sopra: ore 11.00
Word of books: ore 13.00
Un libro per amico: ore 15.00
Non vi resta quindi che leggere il mio pensiero e, se ve lo siete persi, andare a scoprire quello delle altre blogger che partecipano a questo evento!

Sinossi: Londra, 2010. Il processo al Cremation Killer, Naguib Khalid, è giunto al momento della sentenza. Il detective William Fawkes, detto Wolf, è in ansiosa attesa del verdetto. Perché le prove a carico dell’imputato sono indiziarie, e c’è chi dice che siano state inventate da Wolf stesso. Quando Khalid viene assolto, Wolf lo aggredisce in tribunale e viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Ma pochi giorni dopo Khalid viene colto sul fatto: se solo avessero ascoltato Wolf, l’ultima vittima avrebbe potuto salvarsi invece di morire bruciata viva come le altre. Londra, 2014: Wolf è tornato in servizio, ma è un uomo distrutto. Divorziato, ha appena traslocato in un palazzo fatiscente ai margini della capitale inglese. Una notte, viene convocato su una scena del crimine. In un appartamento disabitato si trova un cadavere. Un solo corpo… Ma sei vittime. Sei parti differenti, sei membra di persone diverse, cucite insieme in modo rozzo. Ma non basta, perché il killer fa arrivare alla stampa un elenco di nomi e date.
Sono le sue prossime vittime, e l’assassino arriva a dire anche quando le ucciderà. Ed è scorrendo la lista fino all’ultimo nome che Wolf capisce che quella terribile sfida lo riguarda molto, molto da vicino.


Autore: Daniel Cole (Inghilterra, 1983) ha lavorato in passato come paramedico, per la RSPCA e più recentemente per la RNLI (un’organizzazione simile alla Guardia Costiera italiana) mosso da altruismo e, forse, dal senso di colpa per via del numero di personaggi che uccide nei suoi romanzi.
Negli ultimi anni si è dedicato con passione alla scrittura e ha ottenuto un contratto di pubblicazione per tre libri con Trapeze (Orion) in Inghilterra che include anche diritti televisivi. Ragdoll è il suo primo romanzo e il primo capitolo della trilogia del detective Wolf.

RECENSIONE: 
Una cover che ammalia per quesro libro d'esordio, con diverse parti in rilievo che appagano al tatto gli amanti dei cartacei.

Ragdoll – bambola di pezza – è così che la stampa e, poi, la polizia hanno soprannominato quella specie di corpo messo insieme con le parti di sei persone diverse assassinate e rinvenuto nell’appartamento di fronte a quello del detective Wolf, già noto alla cronaca per il suo comportamento poco consono durante le indagini sul “Cremation killer”. Indagine che gli ha fatto rimediare una permanenza di più di un anno in un ospedale psichiatrico.
Chi è il killer che, ora, lo sfida apertamente costruendo una scena del crimine proprio nelle finestre di fronte alle sue e facendo puntare il dito a quel taglia e cuci di corpi verso il suo appartamento?
Questo è quello che per tutto il libro dovremo scoprire insieme a lui e alla sua squadra. Oltre che trovare le sei persone destinate alla morte - i cui nomi sono stati recapitati alla ex moglie giornalista di Wolf – prima che si compia la loro ora.
Una corsa contro il tempo in cui i morti si sciupano e in cui la polizia sembra non riuscire a trovare il bandolo della matassa perchè il killer sembra essere sempre un passo avanti a loro.
Libro d’esordio per Daniel Cole che ha una scrittura scorrevole, accattivante e per niente splatter; parlando di un thriller non è affatto scontato. 
L'attenzione del lettore riesce sempre ad essere catalizzata dagli avvenimenti senza mai avvertire noia o pesantezza, perchè l'autore nonostante sia al suo esordio è riuscito a costruire un meccanismo credibile anche se magari un po' canonico e non eccessivamente originale.
La costruzione della squadra è quella tipica del genere: c’è il detective dannato – Wolf – convinto di essere indispensabile e indistruttibile, capace di creare prove dove non ci sono e di farsi giustizia da solo se necessario; un’unica detective donna in una squadra maschile – Baxter –  che da subito parrebbe avere un debole per Wolf, ma lo scoprirete solo leggendo; il capo – Simmons - che con Wolf ha un rapporto di amore e odio ma che nonostante tutto non può fare a meno di lui; lo sfigatello che sembra essere capitato nella squadra per sbaglio – Edmunds – e che ovviamente scopre più di tutti gli altri messi insieme e poi c'è quello un po' ambiguo - Finley - che è una figura sempre presente ma non particolarmente necessaria. Insomma, forse una squadra un po’ troppo cliché che però è ben delineata e caratterizzata dall’autore. 
In una Londra che aiuta a rendere l'atmosfera cupa e che ben si inserisce in un libro di questo genere, il male e il bene si intrecciano, si confondono, si incastrano, quasi a diventare una cosa sola; fino alla fine si ha la sensazione di non poter escludere nessuno, di non ritenere nessuno talmente pulito da essere esente da un crollo. La giustizia si confonde con la vendetta, gli amici si confondono con i nemici, gli assassini si confondono con le vittime e tutte rimane nebuloso, fino alla conclusione del libro.  Una conclusione che forse, per chi è avvezzo al genere, non sconvolge ma regge, chiude i giochi ma lascia uno spunto interessante per il seguito della serie, coinvolge i personaggi in modo credibile e mostra una costruzione della trama che non ha falle, che si conclude in modo lineare e senza sbavature. Un buonissimo esordio che fa ben sperare nei lavori futuri.
Consigliato a chi ama l'adrenalina!

VOTO: 

lunedì 8 maggio 2017

Recensione #186 - Gli innocenti di Paola Calvetti


Buongiorno lettori, buon lunedì. Per cominciare la settimana con i fiocchi, oggi vi voglio parlare di un libro tanto dolce quanto doloroso: Gli innocenti di Paola Calvetti edito da Mondadori, che ringrazio per la copia, pag. 132


Sinossi: Jacopo e Dasha sono in scena per il Doppio concerto per violino e violoncello di Brahms che, pagina dopo pagina, è l'occasione per rivivere i passi della loro storia d'amore. Dopo una lunga assenza, Jacopo torna a Firenze, all'Istituto degli Innocenti, il luogo eletto che lo ha accolto quando venne abbandonato da una madre rimasta nell'ombra, la cui identità è diventata negli anni la sua claustrofobica ossessione. «Come posso scoprire la mia storia se non so da dove vengo?» si chiede. Adottato da una famiglia troppo fragile e gravato di aspettative insostenibili, Jacopo è stato privato della spensieratezza dell'infanzia. A salvarlo è stato un piccolo violino, l'ancora alla quale assicurare i desideri e i sogni. Perché, se la felicità è un talento, Jacopo riesce ad avvicinarla solo stringendo fra le braccia lo strumento. Ma non sempre l'amore salva. Non se nell'amore pulsano, insistenti, vecchie ferite. Dasha, nata in un piccolo paese in Albania, è cresciuta circondata da un amore che Jacopo non conosce. Grazie a un padre devoto e illuminato, ha potuto frequentare il Conservatorio di Tirana, dove ha incontrato il violoncello, destinato a diventare il suo unico amico. Fuggita dal porto di Durazzo, dopo la rovinosa caduta del regime, è sbarcata a Brindisi il 7 marzo del 1991, insieme a migliaia di profughi. Anche le sue radici sono state recise, ma la musica ha compiuto il miracolo di preservare dal dolore il suo animo delicato e forte. Eppure nemmeno Dasha, che ora suona di nuovo accanto a lui, è riuscita a distogliere Jacopo dalla ricerca di un passato che ha il potere di avvelenare il presente, rendendo orfani i due amanti di un futuro possibile. Dove ad aspettarli, forse, c'è un bambino. Nel corso dell'esecuzione del Doppio di Brahms accadrà qualcosa di totalmente imprevisto. La musica si fa eco dell'amore e di una sconvolgente rivelazione.

Primo approccio per me ad un’autrice che avrei voluto leggere da sempre. Un libro dolcissimo quanto doloroso dicevo. Poche pagine che sanno racchiudere più di un mondo. Io che con i libri brevi ho sempre avuto il problema di non riuscire ad affezionarmi ai protagonisti, qui li ho adorati!
Protagonisti Jacopo e Dasha, suonatore di violino lui, suonatrice di violoncello lei. Un amore che parte dalla musica e cha attraverso la musica si dipana, si aggroviglia, cresce al suo ritmo e sempre a quel ritmo si spezza.
Non potrebbero essere più diversi Jacopo e Dasha, ma allo stesso tempo non potrebbero essere più simili.
Fiorentino lui, quarantacinquenne, abbandonato alla nascita all’Istituto degli Innocenti e cresciuto con la tipica mancanza di chi non conosce le proprie origini. Non importa se poi un padre e una madre li ha avuti - adottato a sette anni – e se , poi, è diventato un grande musicista. Un vuoto lo accompagna ed è proprio questo vuoto che cerca di colmare indagando sul suo passato. Misura il suo tempo in anni, giorni, minuti, quasi come se la rigidità della musica con i suoi quarti, ottavi, sedicesimi, lo condizionasse anche nella suddivisione della sua vita. Una vita scandita da dolore e sofferenza, in cui il tempo conta, in cui il tempo pesa.
Albanese lei, poco più che ventenne, violoncellista quasi per caso; troppi i pianisti alla scuola di Tirana quando, lasciando la sua piccola città, vi si reca accompagnata dal padre. Ha solo sei anni e, per inseguire un talento, comincia il sacrificio: una vita lontana da casa, in un luogo sconosciuto, unica compagna la musica. Neanche Dasha è fortunata, il suo futuro è un fidanzato che non ama ma che gli è stato “assegnato” ed un barcone che la porterà a Brindisi.
Si incontrano sul palco, tanti anni dopo, accompagnati dalla magia di un sipario che si alza, da un pubblico che acclama, da una melodia che sembra suonare solo per loro.
Solo chi ha tenuto tra le mani uno strumento ed ha suonato davanti ad un pubblico può capire quella magia. Ho avuto la possibilità di viverla sulla mia pelle per anni, suonando un saxofono contralto in mezzo ad archi, ottoni, percussioni, facendo concerti e raduni con una banda di paese e con diverse orchestre di liscio; una magia che l’autrice è stata bravissima a rendere nel suo libro, attraverso uno stile elegante, coinvolgente e capace di toccare dentro. La perfezione di quello che un’orchestra può creare, con strumenti talmente diversi che compensano uno il suono dell’altro; strumenti che suonano spartiti diversi, che singolarmente non significano nulla, ma che messi insieme creano una melodia perfetta ed emozionante. E lo stesso ha fatto l’autrice nel suo libro, ci ha raccontato di due anime diverse, che singolarmente avevano, ognuno, solo una storia tragica da raccontare e le ha messe insieme, creando una favola, con i suoi acuti e i suoi bassi, con i suoi momenti di adagio e di andante, con le sue note perfette e con le sue stonature, ma pur sempre una favola, capace di far vibrare il cuore. Tutto questo accompagnato da un contorno capace di far riflettere sul mondo delle adozioni, sul mondo di chi scappa dalla propria terra a causa di una guerra, sul mondo degli anziani in casa di cura, sulle privazioni ed il sacrificio che sono necessarie per fare di un talento il proprio lavoro.
La narrazione è a due voci e si alterna tra Jacopo e Dasha, lui parla a lei, lei parla a lui, come se suonassero, come se fossero sul quel palco che li ha fatti incontrare e quello fosse il loro unico modo di comunicare.
Tutto in poco più di cento pagine, tutto senza mai dare la sensazione che i temi trattati fossero troppi o che
fossero poco approfonditi. E mi sono emozionata… per Jacopo, per Dasha, per gli anziani che grazie alla musica escono dal loro stato di incoscienza anche se solo per pochi minuti, per quei bambini che affollano gli orfanotrofi, per chi nasce già segnato da un luogo o da una condizione. E mi sono sentita fortunata, nonostante tutto!
Una nota stridente che non mi ha permesso di dare il massimo dei voti al libro però l’ho trovata… il gioco dei mi piace che mi ha troppo ricordato un altro romanzo che di quel gioco ha fatto la sua nota distintiva. Magari è capitato per caso però è stata una cosa che, purtroppo, durante la lettura mi ha fatto storcere un po’ il naso.

Voglio chiudere questo mio pensiero con una frase del libro che mi ha colpito tantissimo e che ritengo verissima:
Forse non si arriva a capire la natura della musica finché non si conosce la natura dell’amore.
Inutile dire che vi consiglio questo libro senza riserve!!!

VOTO: 




venerdì 5 maggio 2017

Letture con Marina #13

Buon pomeriggio carissimi, eccoci  giunti ad un nuovo appuntamento con la rubrica di Marina. Vi auguro un magnifico weekend e lascio a lei la parola.


E come promesso lo scorso Aprile, proseguiamo con un altro libro in lizza per il Premio Bancarella, il cui risultato conosceremo a Luglio di quest’anno…

Autore: Lorenzo Marone
Titolo: MAgari domani resto
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 320
Genere: Narrativa
Anno Pubblicazione: 2017

Sinossi:  Chiamarsi Luce non è affatto semplice, specie se di carattere non sei sempre solare. Peggio ancora se di cognome fai Di Notte, uno dei tanti scherzi di quello scombinato di tuo padre, scappato di casa senza un perché. Se poi abiti a Napoli nei Quartieri Spagnoli e ogni giorno andare al lavoro in Vespa è un terno al lotto, se sei un avvocato con laurea a pieni voti ma in ufficio ti affidano solo scartoffie e se hai un rottame di famiglia, ci sta che ogni tanto ti "arraggi" un po'. Capelli corti alla maschiaccio, jeans e anfibi, Luce è una giovane onesta e combattiva, rimasta bloccata in una realtà composta da una madre bigotta e infelice, da un fratello fuggito al Nord, da un amore per un bastardo Peter Pan e da un lavoro insoddisfacente. Come conforto, solo le passeggiate con Alleria, il suo Cane Superiore, unico vero confidente, e le chiacchiere con l'anziano vicino don Vittorio, un musicista filosofo in sedia a rotelle. Finché, un giorno, a Luce viene assegnata una causa per l'affidamento di un minore. All'improvviso, nella sua vita entrano un bambino saggio e molto speciale, un artista di strada giramondo e una rondine che non ha nessuna intenzione di migrare. La causa di affidamento nasconde molte ombre, ma è forse l'occasione per sciogliere nodi del passato e mettere ordine nella capatosta di Luce. Risolvendo un dubbio: andarsene, come hanno fatto il padre, il fratello e chiunque abbia seguito l'impulso di prendere il volo, o magari restare, trovando la felicità nel suo piccolo pezzettino di mondo?
RECENSIONE:


Ho un rapporto un po’ particolare con questo scrittore, nel senso che è uno dei pochi autori che seguo in FB e soprattutto ne ho sentito tanto parlare da alcune book bloggers. 
Purtroppo come sovente mi capita (ma sono la sola a cui accade?), alla rincorsa delle ultime uscite, leggo disordinatamente le opere di un autore. E questo sicuramente non aiuta a seguire la sua evoluzione, il suo pensiero. Ed a riprova, non ho letto le primissime opere di Lorenzo Marone, ma sono saltata subito al lavoro del 2016: “La Tristezza ha il sonno leggero”, che non mi è piaciuto particolarmente, mi ha lasciato la sensazione di irrisolto ma soprattutto mi ha dato la sensazione di un libro scritto sull’onda del successo del primo romanzo. Leggi dell’editoria, forse…? 
Per le ragioni sopra citate e l’impressione – da lontano – che l’uomo ancorchè l’autore siano genuinamente apprezzabili e visti i pareri più che positivi di altri lettori, mi ero ripromessa un’altra lettura di questo autore. E quale occasione migliore di questa nuova uscita?, che tra l’altro lo vede in lizza per il Premio Bancarella. A riprova della sua popolarità e quindi della bontà delle sue opere.

La prendo alla lontana, iniziando dalla copertina: molto bella nei colori e nel disegno, che sposa alla perfezione il poetico titolo del romanzo, accoppiata vincente con la vita delle rondini e che si lega a doppio filo alla rondine Primavera e soprattutto descrive in un volo libero la vita di Luce, la protagonista del libro. Vita non facile, oscurata sin dall’infanzia dalla precoce mancanza del padre, di una vita di bimba che non capisce e non si rende conto – come è giusto che sia – del perché non possa vivere le sue giornate insieme a mamma e nonna – e debba invece vivere queste due figure molto importanti in momenti strettamente contingentati e separati. 
Vive a Napoli la nostra protagonista, una città comprensibilmente amata da questa donna forte e coraggiosa, che usa le parole di Lorenzo Marone per cantare il suo amore per questa città lungo tutto il romanzo e ci fa attraversare i Quartieri Spagnoli ed il circondario sino a raggiungere il mare, fino quasi ad avere l’impressione di percorrere i vicoli insieme a lei ed al suo dirimpettaio, un uomo altrettanto eccezionale: don Vittorio (le rarissime volte in cui escono insieme). 
Incontriamo Luce quando ha trentacinque anni e nonostante il passato e le esperienze dolorose, inizia a sentire l’orologio biologico che scandisce il tempo e, complice una famiglia particolare il cui padre è un presunto camorrista, capirà che anche per lei è arrivato il momento di formare una famiglia perché i legami e gli affetti sono la cosa più importante per un essere umano. Vi lascio quindi a questo romanzo che, ne sono certa, piacerà anche a Voi, tanto quanto ha appassionato me, perché l’autore riesce ad incatenare l’attenzione dei lettori con delle pagine veramente ben scritte, intriganti, divertenti, commoventi e piacione – pur se nel contempo fa affiorare gli annosi problemi di questa bellissima città. Il tutto senza essere magari didascalico o presuntuosamente dotto e senza appesantire il romanzo, visto i temi che Marone incasella con magistrale perizia, giusto una pennellata qua e là. 
Unico neo di questo bel romanzo: il desiderio, ad un certo punto, che potesse essere più breve, sensazione data dal fatto che alcuni concetti vengono ripetutamente portati all’attenzione del lettore, soprattutto i ragionamenti di Luce ed il fatto di rimarcare ad ogni piè sospinto che lei è forte, incorruttibile, onesta, etc… Forse si poteva accorciare quest’abbondanza di reiterazioni – ma forse il romanzo ha un suo proprio vigore proprio per queste ripetizioni di buoni sentimenti e ottima caratura morale dei protagonisti principali.
Al momento abbiamo preso in esame i primi due romanzi finalisti al Premio Bancarella – ne mancano ancora quattro, anche se non credo che li leggerò proprio tutti – alcuni non mi incuriosiscono o non sono propriamente nelle mie corde di lettrice – ma chissà… Se dovessi scegliere tra questi primi due romanzi letti, al momento il mio voto andrebbe a: La Locanda dell’ultima Solitudine (Alessandro Barbaglia), un romanzo poetico e fuori dal tempo…

L'AUTORE:

Lorenzo Marone nasce a Napoli, dove tutt'ora vive con la moglie Flavia e un bassotto. Laureato in Giurisprudenza, esercita l'avvocatura per quasi dieci anni, mantenendo parallelamente un'attività di scrittore. Un giorno smette di fare l'avvocato, si trova un lavoro come impiegato in un'azienda privata e comincia a spedire i suoi racconti. Suoi sono i libri Daria (La gru, 2012), Novanta. Napoli in 90 storie vere ispirate alla Smorfia (Tullio Pironti, 2013), La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015), La Tristezza ha il Sonno Leggero (2016) e Magari domani resto (2017).


mercoledì 3 maggio 2017

Recensione #185 - La forma del buio di Mirko Zilahy + Intervista all'autore


Buonasera lettori, orario insolito per me ma non sono riuscita a pubblicare prima. Come va? Io sto ancora cercando di capire che giorno sia oggi ma, a parte questo, tutto nella norma. Sono qui oggi per un post speciale – perdonatemi se sarà lunghissimo – in cui vi lascerò la recensione del libro La forma del buio, pag. 480, secondo volume della serie dedicata al profiler Enrico Mancini, scritto da Mirko Zilahy ed edito da Longanesi. Alla fine della recensione troverete la trascrizione dell’intervista che ho avuto l’occasione di fare all’autore in occasione di Tempo di Libri a Milano il 22 aprile scorso.
La recensione del primo volume È così che si uccide la potete leggere cliccando qui.

Sinossi: Roma è nelle mani di un assassino, un mostro capace di dare forma al buio. Una tenebra fatta di follia e terrore, che prende vita nel rito dell'uccisione. Le sue visioni si tramutano in realtà nei luoghi più sconosciuti ma pieni di bellezza della città, perché è una strana forma di arte plastica quella che il killer insegue. Lui si trasforma, e trasfigura le sue vittime in opere ispirate alla mitologia classica: il Laocoonte, la Sirena, il Minotauro... Sono però soltanto indizi senza un senso apparente, se non si è in grado di interpretarli. Di analizzare la scena del crimine. E tracciare un profilo. Ma il miglior profiler di Roma, il commissario Enrico Mancini, è lontano dall'essere l'uomo brillante e deciso di un tempo. E la squadra che lo ha sempre affiancato non sa come aiutarlo a riemergere dall'abisso. Mentre nuove "opere" di quello che la stampa ha già ribattezzato "lo Scultore" appaiono sui palcoscenici più disparati, dalla Galleria Borghese all'oscura, incantata Casina delle Civette a Villa Torlonia, dallo zoo abbandonato all'intrico dell'antica rete fognaria romana, Mancini viene richiamato in servizio e messo di fronte a quella che si dimostra ben presto la sfida più terribile e complicata della sua carriera. O forse della sua stessa vita.

RECENSIONE
Come sapete amo i thriller, se poi il thriller in questione sa essere colto e ricercato allora non può che avere una marcia in più. Perché è questo che appare immediatamente dai libri di Mirko Zilahy, una grandissima attenzione verso la lingua, verso la costruzione della storia, verso un insieme che spesso nei thriller manca. Quante volte ci si ritrova davanti a libri di questo genere in cui tutto è lasciato alle morti crude e all’assassino, seriale o meno, senza andare oltre all’impatto puramente scenografico che sangue e dettagli macabri lasciano al lettore? Mirko Zilahy non lascia nulla di incompiuto da questo punto di vista - le sue morti sono crude, truci, dettagliate - ma quello che emerge leggendo è l’attenzione verso il punto di vista psicologico, la capacità di agire sulle paure di ognuno di noi e di costruire dei serial killer atroci ma allo stesso tempo umani, capaci di colpirci non per la loro brutalità ma per la loro sofferenza.
Lo stesso si può dire del protagonista buono, il detective Enrico Mancini, un tipo tosto ma che non ha paura di mostrare le sue debolezze e che per questo dà l’impressione di essere uno di noi, non il classico commissario che sta su un piedistallo.
In questo nuovo capitolo della serie il killer è soprannominato “lo scultore” perché uccide le sue vittime ed entro i dieci minuti successivi dalla morte compone con i loro corpi delle sculture mitologiche agghiaccianti. Mancini sta ancora cercando di uscire dal tunnel della perdita di sua moglie quando viene richiamato per seguire questo nuovo caso. Un caso che lo porterà a rientrare in contatto con la squadra che lo aveva aiutato nella prima indagine, una squadra che non è un mero contorno ad un protagonista, ma i cui membri evolvono con lui, essendo dotati di una propria caratterizzazione precisa e necessaria.
Come nel libro precedente l’autore sceglie per la sua opera una faccia di Roma – la sua città – molto particolare. Se nel primo libro il killer si muoveva tra gasometri e fabbriche abbandonate, in questo nuovo lavoro il killer sceglie come scenario per le sue sculture il lato oscuro di luoghi molto turistici: un angolo in ristrutturazione dello zoo, i labirinti sotterranei sotto le Terme di Diocleziano, un Luna Park o un museo di notte. Ogni luogo diventa un non luogo, come se in realtà l’autore volesse mostrarci il lato oscuro di ogni cosa, come se con il buio ogni cosa cambiasse aspetto.
Con un intercedere immediatamente spedito ed accattivante accompagneremo Mancini e la sua squadra in una corsa contro il tempo, che ci lascerà però il tempo di meditare dandoci numerosissimi spunti di riflessione: da come affrontare il lento ritorno alla vita dopo un lutto, a quanto una prigionia prolungata – anche se apparentemente a fin di bene – possa procurare dei danni indelebili alla mente già deviata di una persona, a quanti luoghi oscuri siano racchiusi intorno e dentro di noi. Il tutto farcito da un uso della parola perfetto e ricercato che spesso nei libri appartenenti a questo genere manca.
Un thriller che non ci chiede di scoprire chi sia l’assassino visto che ne ripercorriamo i passi dall’inizio della lettura ma, al contrario, un thriller che ci porta ad avere il timore del conosciuto, che sia un luogo reale o solo un angolo della nostra personalità.
Consigliatissimo a chi, anche in letture come queste, cerca spunti di riflessione e non solo adrenalina.

VOTO: 










Qui di seguito la trascrizione dell’intervista – in realtà è una chiacchierata - realizzata a Tempo di Libri, il cui video integrale potete trovarlo fissato in alto sulla pagina facebook del blog cliccando qui.
Una soddisfazione immensa possibile grazie ad una casa editrice importante come Longanesi che me lo ha proposto.


INTERVISTA


DANY: Come è cambiato questo ultimo anno e come ti ha cambiato essere passato dalla parte dello scrittore?
MIRKO: Bella domanda. Ti dico la verità, il primo libro è sempre una grande incognita, io sono stato fortunato perché il mio libro è stato venduto all’estero in tantissimi paesi, quindi mi sono ritrovato da un giorno all’altro quasi e dover fare i conti con un nuovo mestiere quindi rinunciare a quello che facevo prima quindi l’editor ed in parte il traduttore. Prendere questa cosa sul serio, non più come un gioco anche con tutte le paure e i dubbi per il secondo libro e per le aspettative, visto che la critica è sempre stata molto dalla mia parte.
D.: Un thriller che presta molta attenzione a quella che è la lingua e ad un concetto di insieme. Forse anche per il tuo mestiere precedente?
M.: Sì, forse un po’ per la traduzione e un po’ perché ho studiato ed insegnato lingue e letteratura italiana in Irlanda e quindi sono molto affezionato alle parole e mi piace metterle insieme. C’è invece chi lavora per immagini e sovrappone. Io sono convinto che attraverso la parola si possa eludere la sorveglianza degli occhi e quindi il fatto che se usi le atmosfere, se crei un certo tipo di incantesimo con le parole arrivi da un’altra parte, a me interessa arrivare alla pancia. più di quanto riesca a fare un’immagine.
D.: Anche perché tu racconti molto nel dettaglio, non ti tiri indietro, i morti sono morti e sono morti anche in modo crudo ma senza mai avere quella parte un po’ splatter che tanti usano per arrivare un po’ di più a quello che è il senso del thriller.
M.: In realtà ho un senso diverso del thriller, sono convinto si possa raccontare la morte anche con scene molto forti, rituali, usando una lingua molto alta. Ragioniamo su una cosa sciocca a cui magari non si pensa: se tu vai a vedere un’opera ci sono queste voci altissime, acutissime, perfette, molto potenti e raccontano con parole poetiche ed un registro molto alto delle tragedie umane. Io volevo proprio mettere insieme la violenza e la morte usando proprio una lingua che fosse dall’altra parte delle possibilità.
D.: Parliamo di Enrico Mancini…
M.: Chi è? ahahahahah
ndr. se avrete voglia di andarvi a guardare il video completo di questa chiacchierata vi renderete conto che Mirko oltre ad essere un grande oratore è anche particolarmente simpatico e scherzoso.
D.: Enrico Mancini è il filo conduttore di questa tua trilogia. Secondo me lui è un tosto perché è debole. È paradossale però lui è tosto perché fa vedere le sue paure
M.: Sì, lui ha questo passato da persona molto, ha visto il male in tutte le sue forme perché è un profiler, lo ha studiato ad un certo punto della sua vita ha questo grande distacco dalla realtà dopo il lutto per la perdita di sua moglie in È così che si uccide (ndr. primo volume della trilogia) e qui è un uomo in trasformazione - come tutti i personaggi di questo libro che si spostano, stanno cercando qualche cosa, si rincorrono da soli - e ha questo spirito molto forte, molto fiero, iper tecnico da profiling ma dall’altra parte cova questa debolezza che è quella dell’essere sensibile, dato completamente all’amore della sua vita che non c’è più.
D.: Ed ha questi guanti che vanno, vengono, e sembrano un po’ la sua copertina di Linus. Come mai questi guanti?
M.: Questo è simpatico, sì. In realtà funziona così: quando lui non riesce a tornare in tempo per salutare la moglie prima che purtroppo muoia e dentro di se cresce questo senso di colpa, di ansie decide di tenere addosso questi guanti che erano appartenuti al papà della moglie e lo fa per non avere più il contatto con il mondo reale, per non toccare più le altre persone, per mettere – se ci pensate il guanto è una pelle morta – una pelle morta tra se e quello che sta fuori. Questo succede in È così che si uccide. In questo romanzo qui, come dici tu, questi guanti vanno, vengono, perché questo è il romanzo della trasformazione in cui lui elabora questo lutto e si sente in colpa. Dice: “come, mi sta passando lentamente questo dolore?” Ed è dispiaciuto che si stia allontanando dal ricordo della moglie, che in qualche modo si stia dimenticando la sua voce.
D.: Se tu dovessi descrivere Mancini in tre aggettivi?
M.: È difficile, non ci ho mai pensato… È un uomo vero, è un uomo fragile e come si dice in spagnolo è un uomo vertical, verticale.
D.: Quando hai deciso che avresti scritto un libro, come mai hai scelto il thriller? Io da lettrice ritengo questo genere difficilissimo, per riuscire a tirare in piedi un libro che regga, che non contenga passi falsi non è facile. Credo che il thriller insieme forse al far ridere sia uno dei generi più difficili. Come mai hai scelto proprio questo? Ti è venuto così? Sei un serial killer?
M.: Sono un serial killer e ve lo dimostrerò! (ndr. nel frattempo mima di mettere le mani al collo alla sua intervistatrice). Ma no, in realtà è successo che io avevo questa storia mia personale che mi faceva male e volevo provare a raccontare il dolore che si ha di fronte alla scomparsa, al momento della scomparsa di una persona amata e quindi avevo due strade: potevo scegliere un romanzo un po’ più – dico tra virgolette perché sono contrario alla distinzione di genere – letterario e intimista in qualche modo e fare un libro da Premio Strega oppure avevo la possibilità di affrontare la violenza, quella morte lì con un strumento che è quello del genere thriller che mi dava la possibilità di dire le cose com’erano, di non nascondermi dietro un dito per parlare della violenza e della morte. E poi c’è un altro motivo che è quello che per anni ho lavorato in editoria editando thriller, li leggevo, molti erano bellissimi tanti altri dicevo:”questo non funziona, chissà se lo scrivessi io…” E anni fa, nel 2009 mi sono messo lì su un taccuino a disegnare questa faccia di questo commissario, ad immaginare qualche cosa, a immaginare i guanti, perché dovevano esserci i guanti.
D.: Hai disegnato fisicamente?
M.: Sì.
D.:Per quello questo killer disegna?

M.: No, no.
D.: Sei amante dell’arte? Questo libro è incentrato sull’arte. Lo scultore che è il serial killer di questo libro fa delle sculture con i corpi dopo aver ucciso. Quindi uccide e nei dieci minuti successivi alla morte ricompone le sculture umane. Affascinante, macabro sicuramente ma affascinante.
M.: Sì, lui ricostruisce in qualche modo delle cose che ha dentro di se. In questo caso sono mostri mitologici, i mostri che quando eravamo ragazzini leggevamo nella mitologia che erano le favole di quando eravamo ragazzini. C’è il Minotauro, c’è la Medusa. È un killer che riempie i parchi di Roma con queste sue installazioni che sono costruite con i corpi delle sue vittime. E c’è Mancini che viene richiamato dalla sua casetta in montagna dove va in giro a piantare querce.
D.: Parliamo dell’ambientazione. Una Roma particolarissima, cupa. Per noi – almeno per me che sono di Milano – normalmente Roma è tutto monumenti, turismo e cose belle. Tu invece fai vedere questi labirinti sotterranei, affascinantissimi, come mai? Ci sei stato? Hai voluto far vedere il diverso?
M.: Mah, ti sarai accorta anche leggendo il primo che io ho questo sguardo sulla mia città che è un po’ deformante.
D.: Io del primo sono rimasta affascinata dalla Miralanza. Per me Miralanza è mia mamma con le figurine della Miralanza con mia zia in cucina che si scambiavano queste cartine… chi non ha la nostra età non può capire! Io ho pensato: ci devo andare, voglio andare a visitare la Miralanza.
M.: Quella è una zona incredibile Io ho avuto la fortuna o la sfortuna di andare via da Roma da ragazzino e poi di andare all’estero per qualche anno. Questo mi ha dato, da una parte una nostalgia enorme di casa, di Roma, dall’altra parte mi ha dato uno sguardo molto più critico sulla città e su quello che stava succedendo. E mi sono detto: io non voglio raccontare la Roma del marmo, del barocco, ma la roma del Gasometro, della Miralanza che è tutta una zona dismessa, spettrale che è al centro di Roma, non è nelle periferie ma a pochi metri dall’isola tiberina. In questo secondo libro ho scelto ancora una Roma particolare, la Roma dei parchi che fondamentalmente hanno una doppia vita. Il giorno e la notte. Se tu vai da piccolo sono la cosa più simile ai mostri che ci sono. Quando ero piccino ero sempre spaventato dai ruggiti, incuriosito, meravigliato e uscivo sempre con una sensazione di senso di colpa. E la stessa cosa succede nei Luna Park che ora sono abbandonati ma anche quando ci andavi da bambino entravi nella casa degli orrori, ci andavi a piedi, era una continua sfida, un mettersi alla prova. Quando uscivi da lì eri dispiaciuto perché il giorno dopo dovevi andare a scuola ma anche sollevato per essere scampato dai mostri. I mostri le paure erano tutti lì dentro.
D.: Hai già qualche mania da scrittore? Che so, scrivere sempre con la stessa penna o sempre nello stesso posto?
M.: Sì, io ho uno studio piccino sotto casa mia che è un negozio da fuori invece dentro c’è uno studio dove ho Whisky, le cose, non ci sono finestre e io lavoro dalle otto e mezza, dopo che porto mia figlia a scuola, fino alle cinque e mezza, al buio ininterrottamente con caffè, con la lampada sulla scrivania e un sacco di libri perché mi piace documentarmi e faccio questa tirata in cui cerco di scrivere almeno tre pagine al giorno. Non c’è giorno in cui non scrivo perché per fare quattrocento e passa pagine e fare più di ottanta presentazioni l’anno e avere anche una famiglia tempo ce ne vuole tanto.
D.: Il terzo? Uscirà? Lo hai già scritto?
M.: Il terzo lo sto scrivendo, l’ho iniziato, avrà ancora Mancini perché questa è una trilogia su di lui, ci sarà ancora Roma, ma una Roma ancora diversa. Ho già lo schema, ho già scritto i primi tre capitoli ed ho più o meno quasi tutta la mappa del libro. Ho il serial killer. Il primo libro era sul senso di giustizia,la domanda fondamentale era cos'è la giustizia: è quella dello stato, è quella delle forze dell’ordine o quella che abbiamo dentro al cuore? Il libro si chiudeva con questo grande interrogativo e tutti mi scrivono che non hanno mai condannato veramente il serial killer
D.: Sono dei serial killer molto umani, siamo noi in realtà, con le nostre più terribili paure...
M.: Questa è la stessa cosa che succede in un altro modo qui ed il tema centrale è il rapporto con la realtà. Che cos'è la realtà? Esiste? Oppure è un qualche cosa che la psiche reinterpreta e rilegge per rendercela più facile? Partendo da questo concetto sono arrivato a raccontare il serial killer che ha questo problemo suo con la realtà, ma non diciamolo...
Il terzo il tema centrale è quello dell'identità e cioè: quante persone dentro ci affollano? Avrà un serial killer che avrà a che fare con questo tema e con la storia e la memoria di Roma. Poi non ti dico nient'altro, aspettate con fiducia.
D.: Ok, a questo punto leggete anche il primo È così che si uccide perchè l'evoluzione di Mancini emerge trantissimo. Leggete questo libro La forma del buio. Grazie a Mirko e grazie a voi.
M.: Leggete, leggete, qualsiasi cosa ma l'importante è che leggiate.
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Si chiude con questo bellissimo messaggio questa intervista. Spero di avervi incuriosito e di non avervi annoiato troppo a causa del post chilometrico ma necessario!