mercoledì 22 marzo 2017

Recensione #179 - Il bassotto e la regina di Melania G. Mazzucco

Buongiorno readers, siamo a metà settimana, secondo giorno di primavera anche se nell'hinterland milanese sembra che sia tornato l'autunno...mah! Oggi torno con la recensione di un libro, una scoperta meravigliosa fatta per caso, si tratta de Il bassotto e la regina di Melania G. Mazzucco edito da Einaudi , pag. 101.

Sinossi: Platone è un bassotto dal pelo lungo e la coda a pennello. Un cane da salotto, di quelli nati per fare compagnia agli uomini. A Yuri, per esempio, studente di filosofia "con gli occhiali sempre appannati". Ma durante le vacanze Yuri segue Ada su una nave da crociera, lasciando il bassotto alle cure del portiere. E proprio nella solitudine della notte di Natale avviene per Platone l'incontro che gli cambierà la vita. Nella cantina del palazzo, il Tatuato nasconde scatoloni pieni di animali di contrabbando: scimmie, iguane, serpenti a sonagli, una vecchia tartaruga leopardo di nome Leo, e lei, la Regina, un'elegante levriera afghana, giovanissima, "poco più che un gomitolo di neve". Per Platone è il colpo di fulmine. Ma il cuore della Regina è altezzoso, e neanche le canzoni che il bassotto intona giorno e notte per tenerle compagnia riescono a sedurla. A raccontarci questa storia tenera e profonda, dal suo osservatorio speciale tra le foglie di un albero, un pappagallo che conosce tutte le lingue del mondo, e tutte le pieghe dell'anima. Una favola per chi crede che niente è impossibile.

Chi dice che ogni cane è identico al suo padrone? Questa storia è la dimostrazione che non sempre è così. L’autrice ci narra quella che a tutti gli effetti è una favola. Protagonista Platone, un bassotto, cane da appartamento con orari fissi e una vita fatta di solitudine. Yuri, il suo padrone è esattamente il suo opposto: se
Platone è basso basso, lui è uno spilungone; se Platone è un cane allegro ed espansivo, il suo padrone è distaccato e serioso.
Narratrice della storia è una pappagallina giramondo conoscitrice delle lingue – anche quella dei cani - con cui un giorno Platone fa conoscenza.
Il libro, seppur nella sua semplicità di base è disseminato di chicche, pensieri molto profondi che anche se dette da animali portano il lettore alla riflessione.
E qual è la più difficile? mi chiese il bassotto, incuriosito. Quella degli uomini? Lui li ascoltava da quando era nato, ormai la loro lingua era la sua. Prima aveva imparato a distinguere i nomi, gli ordini, le frasi semplici. Infine tutto, perfino il lessico della filosofia. Ma le parole, quelle non riusciva a dirle. Le parole sono come musica. Le comprendi, ti trafigge il cuore, ma se non conosci l’armonia non potrai mai riprodurla.
La storia si dipana in un anno, da Natale al Natale successivo. È proprio durante le festività natalizie che Yuri parte per una crociera, accecato dall’amore verso una ragazza e lascia Platone a casa, affidato alle cure del portiere. Quando nel palazzo di Platone un inquilino scarica di nascosto un carico di merce di contrabbando, non merce qualunque ma animali – serpenti, scorpioni, tartarughe, cani, gatti, scimmie -, e la nasconde nello scantinato, tutto cambia nella vita del bassotto.
Tra gli animali di contrabbando infatti c’è la Regina.
La Regina – perché dalla prima volta che la vidi capii che non poteva chiamarsi altrimenti – era svenuta. Era sinuosa, aggraziata, col musino appuntito e il pelo folto come un tappeto di lana. Era il cane più elegante che avessi mai visto e capii subito che avrebbe spezzato il cuore del bassotto.
Platone spera di trovare in quegli animali degli amici e per farsi accettare ogni sera, dal balcone, ulula per loro storie filosofiche di cani della storia, facendosi amare dagli animali e, allo stesso tempo, facendosi odiare dagli abitanti del condominio.
Regina tale si sente, di nome e di fatto, e si vanta del suo essere nata per accompagnare re durante la caccia, sminuendo il povero Platone ed i suoi evidenti sentimenti.
Mi dispiace, disse la Regina, tu sei diverso, Platone, ti apprezzo. Ti trovo simpatico, ma non vivrò con te. Se vuoi, cantami ancora le tue canzoni. Sarò sempre tua amica.

Quella notte, Platone non uscì sul balcone e non cantò. Rimase rintanato sotto il letto di Yuri, piangendo – perché avrebbe voluto essere Argo, Cerbero, o Laika, il cane che divenne una stella, ma era solo Platone. Un bassotto. Più corto di uno stivale, leggero come una bambola. Nato per tenere compagnia non ai re, ma ai bambini qualunque. Eppure anche i bassotti hanno un cuore e la Regina aveva spezzato il suo.
Non è facile parlare di un libro del genere, perché si tratta più di una meravigliosa fiaba, in cui moltissimi degli aspetti che normalmente troviamo nella vita di tutti i giorni sono raccontati e vissuti da animali. Una fiaba che l’autrice è capace di narrare toccando il cuore del lettore e portandolo spesso sull’orlo delle lacrime, almeno a me ha fatto questo effetto.
Una favola raccontata dal punto di vista degli animali, con una delicatezza ed una dolcezza tale da non lasciare indifferenti. Una storia torbida, fatta di maltrattamenti, insensibilità, soprusi, ma anche una storia di amicizia, di dedizione, di amore. Una storia capace di far riflettere, che parla dell’apparenza, delle differenze fisiche, della difficoltà di aprirsi al diverso, della tenacia necessaria per raggiungere un obiettivo, della sensibilità.
 
Vi siete mai chiesti che cosa si dicano i cani quando abbaiano in modo compulsivo? A me capita spesso, quando il cane che sta nel mio ufficio si mette ad abbaiare sentendo un verso lontano. Spesso mi rivolgo a lui – ebbene sì, proprio così – chiedendogli cosa si stiano dicendo, che cosa abbiano da raccontarsi. Questo libro mi ha fatto dare importanza a quei momenti, mi ha fatto rivalutare quel piccolo nanerottolo che passa le sue giornate russando acciambellato su un cuscino ma che, a volte, ha
l’impellente necessità di far sentire la sua voce, forte e chiara. E d’ora in avanti, quando capiteranno questi momenti, ripenserò a Platone, a Regina, alla pappagallina e alla mastodontica tartaruga – la signora Leopardo – che con la saggezza dei suoi anni dà spessore a questa lettura!
Una storia dolce amara capace di far riflettere, proprio come le migliori fiabe sanno fare, con un retrogusto doloroso che però viene fortemente addolcito dall’amore che di base scaturisce prepotentemente in ogni pagina.
A fare da contorno alla bellezza di questo libriccino ci sono le immagini che illustrano parte della storia e che mi hanno riportato ai libri che leggevo da bambina.
Una lettura da fare in un pomeriggio, un libro adatto ai grandi ma anche ai piccini e che sicuramente leggerò prima o poi anche con mio figlio. 
Unica accortezza: munitevi di fazzoletti per le lacrime che sgorgheranno!

VOTO: 

domenica 19 marzo 2017

Leggendo SerialMente - Gruppo di Lettura #1 - Il lairinto degli spiriti: dodicesima e ultima tappa


No ma veramente siamo arrivati all'ultima tappa di questo meraviglioso GDL? Cioè mi state dicendo che sono già passati tre mesi? Bè, per quanto mi riguarda sono volati anche se ora ho voglia di lasciare andare Zafon e di immergermi in qualcosa di nuovo! Ma basta chiacchiere, parliamo del libro.
Come sempre, per riepilogo, vi lascio i link relativi alle tappe postate fino ad oggi.

L'OMBRA DEL VENTO

03 gennaio 2017 - Desperate Bookswife: commento da pag. 0 a pag. 196 (i primi 25 capitoli) - Link qui
10 gennaio 2017 - Un libro per amico: commento da pag. 197 a pag. 310 (vi dovrete fermare al capitolo che inizia riportando queste date: 1933-1954). Link qui
17 gennaio 2017 - Desperate Bookswife: commento da pag. 311 ( Parte intitolata: Nuria Monfort: Memorie di spettri 1933 - 1954) a pag. 471, ovvero fino al termine del romanzo. Link qui

IL GIOCO DELL'ANGELO
Ci comportiamo come se la quadrilogia fosse raccolta in un unico volume, quindi abbiamo appena terminato il volume uno ma senza ulteriori presentazioni iniziamo a leggere il secondo.
24 gennaio 2017 - Un libro per amico: commento da pag. 11 a pag. 138, ovvero tutto l'Atto Primo. Link qui
31 gennaio 2017 - Desperate Bookswife: commento del Secondo Atto, da pag. 141 a pag 336. Link qui
7 febbraio 2017 - Un libro per amico: commento del Terzo Atto + l'Epilogo, ovvero da pag. 339 a pag. 466. Link qui

IL PRIGIONIERO DEL CIELO
14 febbraio 2017 - Desperate Bookswife: commento delle parti 1 + 2 , fino pag. 174. Link qui
21 febbraio 2017- Un libro per amico: commento delle parti 3 + 4 +5, ovvero fino a pagina 340. Link qui.




  

IL LABIRINTO DEGLI SPIRITI
28 febbraio 2017 - Desperate Bookswife: commento fino a pagina 193, ovvero Il libro di Daniel + Dies Irae + Ballo in maschera +Kyrie. Link qui
07 marzo 2017 - Un libro per amico: commento da pagina 199 fino a pagina 386, ovvero la parte: La città degli specchi. Link qui.
14 marzo 2017 - Desperate Bookswife: chiacchiereremo da pagina 391 fino a pagina 573. Parte: I Dimenticati. Link qui.
19 marzo 2017 - Un libro per amico: commento da 579 a pagina 815, ovvero Agnus dei + Il quaderno di Isabella +Libera Me + In Paradisum +Barcellona +1964 +Il libro di Jilliàn + Epilogo.

ATTENZIONE SPOILER!!!! 

Quante ore ho per parlarvi di questa ultima parte? Sì, perché qui ne succedono veramente una dopo l’altra e non sarà facile fare un post che non appaia chilometrico e anche un po’ sconclusionato. Ma spero che me lo perdonerete. Nella scorsa parte avevamo lasciato Alicia in convalescenza all’ospedale con Fermin e Bea che tramavano per portarla via e nasconderla da qualche parte.

Comincio con una citazione, quella che l’autore chiama introduzione alla quadrilogia e che secondo me racchiude il senso, in modo assolutamente poetico - dei quattro libri che abbiamo letto:
Una storia non ha principio né fine, soltanto porte di ingresso.
Una storia è un labirinto infinito di parole, immagini ed energie riunite per svelarci la verità invisibile di noi stessi. Una storia è, in definitiva, una conversazione tra chi la racconta e chi l’ascolta: un narratore può raccontare solo fin dove lo sorregge il mestiere, mentre un lettore può leggere solo fino a ciò che porta scritto nell’anima.
Ma entriamo nello specifico della parte di oggi.
Ci tengo a ringraziare personalmente Zafon per la rivalsa delle donne che ci ha regalato in queste ultime pagine. Sì, perché oltre a non far morire Alicia – che viene curata nel cimitero dei libri dimenticati – non la fa morire neanche dopo, quando come una paladina senza paura va prima a vendicare la morte di Vargas uccidendo Rovida, e poi a Madrid ad uccidere Leandro con le sue stesse mani. E non fa morire neanche Victoria – Ariadna -, che per settimane abbiamo visto in balia proprio di Leandro, che per farsi raccontare tutto quello che sa su Valls le fa credere di tenerla nascosta per aiutarla. Poi, certo, Victoria non è che faccia proprio una bella fine ma almeno è una fine che si è scelta e, finalmente, insieme a sua sorella.
E chi l’avrebbe mai detto che fosse proprio Victoria a tenere Valls prigioniero? E che la figlia prediletta di Valls fosse proprio la sorellina di Ariadna, rapita insieme a lei decenni prima?
Questa dei bambini rapiti alle famiglie incarcerate Zafon se l’è studiata veramente bene eh! Ed anche l’intreccio tra David Martin e Victoria mi è piaciuto un sacco. Proprio lui la allontana da quel “padre” che la mette incinta, e la porta in quella casa in cui, lo scopriremo dopo, aveva vissuto il suo amore con Isabella.
Eh sì, perché Zafon ci fa anche raccontare da Isabella la verità sulla paternità di Daniel, attraverso il suo diario, e ci racconta anche di come Juan Sempere fosse a conoscenza della cosa, ma la abbia ripresa a casa e se la sia sposata! Un amore che già dalle pagine de Il gioco dell’angelo si intuiva quello tra David e la sua assistente. Ma la cosa più sconvolgente è di come Isabella ci racconti di come sapesse di essere stata avvelenata da Valls e, allo stesso modo, sapesse anche di non avere scampo. Che poi, diciamocelo, Valls ha fatto proprio la fine che meritava… una lunga, lenta, dolorosa agonia! Le parti della sua prigionia sono veramente agghiaccianti ed estremamente realistiche. E sono contenta che Daniel abbia capito che il peggior male che potesse fare a quell’uomo fosse lasciarlo in vita. Non avrei sopportato un Daniel assassino!
Ma voi avevate immaginato che Leandro potesse essere il “socio” di Valls nella storia dei bambini? Io assolutamente no! Avevo capito che Leandro non avrebbe mai lasciato libera Alicia, ed avevo anche capito che probabilmente stesse sfruttando lei e Vargas per i suoi scopi ma non mi ero immaginata un risvolto simile.
Certo che Zafon i cattivi li sa raffigurare veramente bene eh! Dopo Fumero, che già ci aveva fatto tremare, tira fuori dal cappello questo Hendaya, suo discepolo che, se possibile, pare abbia addirittura superato il maestro in termini di cattiveria. Le parti in cui qualcuno si trovava al suo cospetto mi hanno sempre messo addosso un’ansia incredibile! Per fortuna anche lui ha fatto la fine che si meritava! In questa ultima parte del libro ho rivalutato un sacco anche Bea, una figura che ne L’ombra del vento già mi era piaciuta ma che secondo me non era stata sfruttata al meglio. Qui si rivela una donna matura e intelligente, nonché una mamma amorevole. Quante di noi avrebbero preso a sganascioni Daniel? Tutte, ne sono certa! E quante di noi non avrebbero lasciato in agonia Alicia? Tutte, sono certa anche di questo! Bea no, è superiore, consapevole del suo essere donna anche davanti a una “gnoccolona” – si può dire gnoccolona? - come Alicia.
Un’altra figura che emerge in modo splendido in questa parte oltre a Fermin che, si sa, da sempre è il nostro eroe, è Fernandito, che si rivela un detective capace e anche un amico fidato per Alicia. In più il suo risvolto amoroso con Sofia mi piace veramente tanto, se lo meritava proprio!Ed ora veniamo alla conclusione… Al Julian che da bambino diventa adulto e, successivamente, scrittore; al suo incontro con Carax; alla sua voglia che lo scrittore maledetto scriva per lui la quadrilogia de Il cimitero dei libri dimenticati con la storia della sua famiglia; al suo incontro con Valentina e alla loro bambina Alicia; all’abbandono di Valentina e al suo essere padre single – che sembra quasi una maledizione dei Sempere, ad eccezione di Daniel -; alla fine di un libro che coincide esattamente con il punto di partenza, in quel cimitero dei libri dimenticati che ha fatto da cornice ad un’intera quadrilogia. Insomma, credo che con questa parte il cerchio si chiuda completamente e l’autore sia riuscito a rispondere a tutte le domande che erano rimaste in sospeso e lo abbia fatto in modo esaustivo e credibile.
L’unica cosa che gli rimprovero è, soprattutto in questo libro, l’eccessiva ripetizione di alcune cose – come se Zafon cercasse di spiegare più a chi non avesse letto i libri precedenti che a chi come noi si trovi alla fine di un viaggio -; questo, in alcuni momenti, mi ha reso la lettura un po’ lenta e dopo quattro libri sinceramente questo dettaglio mi ha resa un po’ sofferente. Che poi, ora più che mai una cosa devo dirla: come fanno a dire che questi libri sono leggibili separatamente??? Impossibile per quanto mi riguarda!
Ora lascio la parola a voi, date sfogo al vostro pensiero!

Baba ed io vi ringraziamo per il viaggio che avete fatto insieme a noi in questa Barcellona inquieta e nebbiosa e speriamo che vorrete seguirci anche nei prossimi viaggi che faremo!!!! A breve vi metteremo a conoscenza del prossimo gruppo di lettura! Stay tuned.

venerdì 17 marzo 2017

Recensione #178 - Accabadora di Michela Murgia

Buongiorno carissimi! Finalmente è venerdì, anche se il mio weekend si prospetta alquanto movimentato... ma sarà pur sempre weekend!!!!
Oggi torno con una recensione, quella del libro Accabadora di Michela Murgia edito da Einaudi , pag. 166.

Sinossi: Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

Ci sono autori che hanno bisogno di pagine e pagine per scrivere una storia e poi ce ne sono altri che in pochissime facciate sanno racchiudere un mondo intero. Michela Murgia è una di questi.
Siamo a Soreni, un paesino sardo in cui si intrecciano storie, destini, nascite e morti. Un paesino non reale ma che dà invece l’impressione di poter essere un qualsiasi paese dell’entroterra sardo, con le sue leggende, la sua atmosfera, le sue tradizioni.
È proprio con questa cornice che assistiamo all’intrecciarsi delle vite di Bonaria Urrai e Maria Listru, una donna sola avanti negli anni la prima, una bambina nata in una famiglia già numerosa la seconda. Maria è una fill’e anima, quarta figlia di una donna vedova, che viene data in adozione ad una donna anziana, sola e senza figli.

Quanti anni avesse Tzia Bonaria allora non era facile da capire, ma erano anni fermi da anni, come fosse invecchiata d’un balzo per sua decisione e ora aspettasse paziente di esser raggiunta dal tempo in ritardo. Maria invece era arrivata troppo tardi anche al ventre di sua madre, e sin da subito aveva fatto l’abitudine a essere l’ultimo pensiero di una famiglia che ne aveva già troppi. Invece in casa di quella donna sperimentava l’insolita sensazione di essere diventata importante.
Maria ha il vizio di appropriarsi delle cose non sue, forse proprio a causa del fatto che per sei anni, niente è mai stato di sua proprietà. Da una fra tante Maria diventa, in casa di Bonaria, l’unica ragione di vita per la donna, che tiene alla sua istruzione e al suo comportamento. Il loro legame è da subito messo in mostra al paese intero, senza vergogne e senza pudore così da diventare presto naturale e non essere oggetto di più di tanti pettegolezzi.
L’autrice è bravissima a far emergere l’atmosfera che si respira in un paese sardo ricco di tradizioni e anche superstizioni. I personaggi sono raccontati in modo perfetto nei loro atteggiamenti, così perfetto da renderli reali. Se Maria e Bonaria sono le protagoniste, un paese intero colora le pagine del romanzo con una veridicità e con una raffinatezza che quasi contraddice con la crudità della storia narrata e proprio per questo colpisce.
Una narrazione che scorre spedita e che materializza davanti agli occhi del lettore un mondo lontanissimo ma anche tremendamente attuale.
Non manca la comparazione tra nord e sud infatti una figura importante appare da subito la Maestra Luciana, sarda di adozione ma torinese di origine, che immediatamente esprime le sue perplessità per quello scambio di bambina sulla parola, che sembra tanto normale in quei luoghi e che lei guarda con sospetto.
Bonaria per Maria è una sarta – quasi tutto il paese si fa infatti confezionare abiti da lei – ma nella realtà la donna è un’accabadora, una di quelle figure che aiuta a morire le persone in fin di vita. Spesso sguscia via nella notte, accompagnata solo dal chiarore della luna, perché qualcuno la chiama in suo aiuto e, normalmente, la mattina dopo le campane suonano a lutto.
Maria non si accorge quasi mai delle uscite notturne di sua madre, non sa dove vada Bonaria la notte e mai potrebbe anche solo immaginare quella che è la realtà. La sua vita scorre tra la scuola, il cucito e saltuarie visite alla sua madre naturale che spesso richiede i suoi servigi.
Quando la ragazza scopre il vero ruolo della donna nel paese resta sconvolta, incapace di accettare che qualcuno possa con le proprie mani aiutare a morire. Comincia così, per la terza volta, la nuova vita di Maria. È da qui che con Maria partiamo per un viaggio, fisico verso un continente sconosciuto ma anche virtuale, nell’animo più profondo di una ragazza ormai quasi donna.
Aveva vissuto per anni con Bonaria convinta di essere andata a pareggio con le sue due nascite, una sbagliata e però anche una giusta, ma ora i conti le apparivano pieni di errori e cancellature, lasciandola ancora una volta fuori, come un resto avanzato. 
Durante quel viaggio Maria si ingegnò per non dormire mai, nemmeno un’ora. Il tempo le servì tutto per farsi accabadora dei suoi ricordi, e trattare gli avvenimenti che l’avevano portata a quella decisione come persone da far salire o meno sul traghetto per il continente. Uno per uno li segnò, mentre li ricordava per dimenticarli, e quando arrivò al porto di Genova scese dalla nave sentendosi più leggera, convinta di aver lasciato sull’altra terra tutta la zavorra delle sue ferite.
La narrazione si sposta così a Torino e noi assistiamo, ancora più da vicino, alla contrapposizione tra Soreni – o quello che rappresenta – un paese chiuso ma sgargiante, e Torino, una città dal centro storico signorile, con i suoi colori freddi ed la disinvoltura nel rivolgersi agli altri, con i suoi ampi portici, le sue strade ortogonali e i vestiti industriali appesi nelle vetrine dei negozi. Un mondo opposto a quello che la ragazza fino a quel momento conosceva, in cui avrebbe lavorato e in cui avrebbe dovuto rinascere per la terza volta.

L’appartamento di Attilio e Marta Gentili, al quinto piano di un palazzo signorile nel centro storico della città, aveva i muri dipinti di un bianco cremoso che nulla aveva da spartire con i colori sgargianti delle case di Soreni. Maria aveva visto muri così bianchi solo a scuola e all’ospedale, e fu anche per questo che avvertì subito un senso di soggezione, un disagio sottile rafforzato dalla disinvoltura con cui le diedero immediatamente del tu.
Piergiorgio e Anna Gloria – i ragazzi di cui si dovrà occupare Maria – diventano quindi il suo nuovo mondo, un mondo che per mano l’autrice ci porta a scoprire, un mondo fatto di ombre, di gelosie, ma anche di consapevolezze; un mondo dove quei ricordi che lei avrebbe voluto cancellare per sempre tornano preponderanti alla sua memoria senza chiedere il permesso, riflessi negli occhi di quei due ragazzi. E quelli che non arrivano scaturiti dalla mente, arrivano solitamente attraverso una lettera: nessuno può sottrarsi alla sua vita, se non per un breve periodo.
Un romanzo intriso dei sentimenti più disparati che vengono espressi più attraverso i silenzi che con i gesti; un libro così delicato, colmo di emozioni, ricco di spunti di riflessioni che difficilmente può lasciare un lettore indifferente e che, ne sono sicura, mi rimarrà sotto pelle con un sapore dolce amaro. Un’autrice capace di narrare anche quello che le parole non riescono a raccontare.
Una lettura che consiglio senza riserve, un gioiellino da tenere in libreria e ogni tanto rileggere!

VOTO: 

martedì 14 marzo 2017

Recensione #177 - Il prigioniero del cielo di Carlos Ruiz Zafon

Ciao a tutti, mentre oggi sul blog Desperate Bookswife chiacchieriamo della penultima parte dell'ultimo libro della quadrilogia di Carlos Ruiz Zafon, io qui  vi lascio il mio pensiero su Il prigioniero del cielo, pag. 352, terzo volume della quadrilogia Il cimitero dei libri dimenticati edita da Mondadori.

Sinossi: Nel dicembre del 1957 un lungo inverno di cenere e ombra avvolge Barcellona e i suoi vicoli oscuri. La città sta ancora cercando di uscire dalla miseria del dopoguerra, e solo per i bambini, e per coloro che hanno imparato a dimenticare, il Natale conserva intatta la sua atmosfera magica, carica di speranza. Daniel Sempere - il memorabile protagonista di "L'ombra del vento" è ormai un uomo sposato e dirige la libreria di famiglia assieme al padre e al fedele Fermín con cui ha stretto una solida amicizia. Una mattina, entra in libreria uno sconosciuto, un uomo torvo, zoppo e privo di una mano, che compra un'edizione di pregio di "Il conte di Montecristo" pagandola il triplo del suo valore, ma restituendola immediatamente a Daniel perché la consegni, con una dedica inquietante, a Fermín. Si aprono così le porte del passato e antichi fantasmi tornano a sconvolgere il presente attraverso i ricordi di Fermín. Per conoscere una dolorosa verità che finora gli è stata tenuta nascosta, Daniel deve addentrarsi in un'epoca maledetta, nelle viscere delle prigioni del Montjuic, e scoprire quale patto subdolo legava David Martín - il narratore di "Il gioco dell'angelo" - al suo carceriere, Mauricio Valls, un uomo infido che incarna il peggio del regime franchista...

A differenza di quanto era avvenuto con i primi due volumi della quadrilogia, che avevo già letto anni fa, con Il prigioniero del cielo è stata la prima volta quindi non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, se un libro pacato anche se avvincente più simile a L’ombra del vento oppure se un libro sconclusionato e fantasy come Il gioco dell’angelo.
Fortunatamente – come sapete non amo particolarmente i fantasy – Zafon ha fatto un passo indietro tornando allo stile utilizzato per il primo volume della quadrilogia e creando, con questo terzo libro, una sorta di romanzo cuscinetto, a collegamento tra i precedenti. Se con Il gioco dell’angelo non si capiva bene il collegamento con la lettura che lo aveva preceduto e l’autore ci aveva lasciato con tantissimi dubbi e domande, qui cerca di dare una risposta plausibile a tutti quegli avvenimenti che ancora avevano necessità di una risposta.
Daniel è ormai felicemente sposato con Bea ed hanno un bambino – Julian -; Fermin è sempre il suo fidato braccio destro – sia nel lavoro che nella vita privata – ed è più che mai legato alla sua amatissima Bernarda con cui si sposerà presto; la libreria Sempre e figli ha grandi problemi economici che preoccupano non poco Sempere padre.
Ritroviamo quindi i meravigliosi personaggi de L’ombra del vento con, primo fra tutti, il nostro amato Fermin cui l’autore dedica gran parte del libro raccontandocene la storia – cui precedentemente aveva sempre e solo accennato – dalla sua prigionia fino al suo ritorno a Barcellona ed al suo incontro con Daniel. Proprio Fermin sarà in realtà il collegamento tra due mondi che sembrano lontanissimi – quelli del primo e del secondo romanzo – ma che in realtà sono molto più legati di quello che noi comunissimi lettori avremmo potuto credere.
Daniel e David, i protagonisti rispettivamente del primo e del secondo volume della quadrilogia, vengono in questo nuovo lavoro collegati attraverso nuovi misteri, nuove rivelazioni ed anche nuovi personaggi.
Tra i vecchi personaggi - oltre Daniel, Fermin e David – ritroviamo: Isabella, anche solo come ricordo; il vecchio fidanzato di Bea, che lei aveva lasciato perché innamorata di Daniel; Isaac, il vecchio custode del cimitero dei libri dimenticati e infine il malvagio ispettore Fumero.
Numerose sono anche le new entry che arricchiscono questo nuovo lavoro e ne completano il quadro globale: Salvador Salgado, compagno di prigionia di Fermin; Mauricio Valls, direttore del carcere di Montjuïc che sarà al centro dell’attenzione per gran parte del romanzo; Sophia, nipote italiana di Sempere, che si trasferisce a Barcellona e che incontriamo solamente nelle ultimissime pagine ma che mi aspetto di ritrovare ne Il labirinto degli spiriti.
Insomma, un altro intricatissimo gruppo di personaggi che sa creare non pochi misteri.
Come in tutti i libri di questa saga non mancano inoltre incendi, uccisioni più o meno misteriose, personaggi inquietanti e malvagi; una ricetta cui Zafon ci ha abituato e che credo rappresenti ormai il suo marchio di fabbrica. Anche il suo stile resta coinvolgente, capace di portarci nei luoghi di cui ci racconta, dandoci l’impressione di conoscere ogni singolo personaggio che ci troviamo di fronte. 
Impossibile leggere il libro e non venirne travolti senza scampo, grazie alla sempre impressionante capacità dell'autore di descrivere luoghi, personaggi, atmosfere, sentimenti.  
Un terzo libro che, a differenza di quello che dice l’antefatto, non credo possa essere letto a prescindere dagli altri due senza i quali non penso avrebbe senso.

VOTO: 


lunedì 13 marzo 2017

Recensione #176 - Trent'anni... e li dimostro di Amabile Giusti

Buoooooooooongiorno! Lo sentite il profumo della primavera? Io sì, le giornate si allungano, il cielo è sempre più azzurro e l’umore ne trae sicuramente giovamento quindi anche il lunedì ha un sapore meno amaro! Per cominciare la settimana vi lascio la recensione del libro Trent’anni... e li dimostro di Amabile Giusti edito da Mondadori, pag. 261

Sinossi: Carlotta ha quasi trent'anni, e si considera una sfigata cronica: raggiunge il metro e sessanta solo con i tacchi a spillo, ha una famiglia decisamente folle e all'orizzonte non vede l'ombra di un fidanzato come si deve. Non solo: è appena stata licenziata a causa della sua irrefrenabile schiettezza... ma ora, per arrivare a fine mese, è costretta ad affittare una stanza del suo appartamento. Luca, il nuovo inquilino, ha molti pro (è bellissimo, fa lo scrittore, è dannatamente simpatico) ma altrettanti contro: è disordinato, fuma troppo e ha il pessimo vizio di portarsi a casa le sue conquiste, una diversa ogni notte. Carlotta non chiude occhio e in più si sente una vera schifezza. Non lo ammetterebbe mai, ma quel maschio predatore che tratta le donne come kleenex e gioca sul fascino tenebroso del romanziere la sta facendo innamorare. In una girandola di eventi sempre più buffi, tra una madre terribile, una sorella bellissima e gelosa, una tribù di parenti fuori controllo, un nuovo lavoro tutto da inventare e molti incontri ravvicinati con Luca e le sue fidanzatine di passaggio, Carlotta imparerà che è lei la prima a dover credere in se stessa... Del resto è stato così anche per l'autrice di questo romanzo, che scrive da sempre e non si è arresa alle difficoltà del mondo editoriale, decidendo di auto-pubblicare il suo libro in rete... il successo è stato talmente grande che presto un'agente ha notato il libro, e ha dato vita a un'asta tra gli editori! Per questa nuova edizione cartacea del romanzo Amabile ha lavorato ancora, insieme alla sua editor, per regalare alle lettrici una storia strepitosa, scritta magnificamente e piena dello humour e dei sapori delle ragazze italiane. La storia di una donna vera, non giovanissima, non bellissima, ma piena di grinta, e capace di trovare il proprio posto nel mondo. Perché nella lingua della felicità l'aggettivo imperfetta vuol dire, semplicemente, unica.


Dopo un lungo periodo di libri abbastanza impegnativi questo libro è arrivato proprio a pennello! Era tantissimo tempo che avevo intenzione di leggerlo e, complice due challenge – ormai lo sapete che quest’anno sono diventata dipendente dalle sfide di lettura – nei giorni scorsi mi sono immersa in questo bel libro.
Un libro da cui mi aspettavo leggerezza e divertimento ma in cui ho trovato anche delle parti capaci di farmi riflettere ed emozionare.
La storia è molto semplice. Carlotta è una quasi trentenne, con un lavoro precario, pochissima fiducia in se stessa e con una madre indisponente che la ritiene una vecchia e brutta zitella.
Non ha un fidanzato ma è follemente e segretamente innamorata del suo coinquilino, Luca, che ogni sera si esibisce in acrobazie sessuali – con tanto di urla canore – con qualsiasi donna si trovi sulla sua strada, per poi cacciarla al termine dell’amplesso.
La Giusti è riuscita a creare una protagonista adorabile, sfigata al punto giusto, ma anche contornata da un’aura di allegria che contagia chi si trova sulla sua strada. È vero, la sua situazione familiare è tragica – una sorella tanto bella quanto perfida che cerca di conquistare qualsiasi ragazzo su cui Carlotta posa gli occhi ed una madre che le dà manforte mostrandola come un trofeo – la sua vita lavorativa non ne parliamo – il suo lavoro è “trovare cose” per gli spettacoli teatrali – e quella amorosa è praticamente non pervenuta – non fa sesso da un secolo – ma lei è drammaticamente vera, una reale donna in pigiama tanto quanto ognuna di noi, alla ricerca del vero amore e incapace di tenere la bocca chiusa. Insomma, perfetta nella sua imperfezione.
Luca è il bello e dannato, alla continua ricerca di una conquista da aggiungere al suo lungo elenco, ma capace di una dolcezza infinita nei confronti di Carlotta; atteggiamento tipico di un uomo ferito dalla vita ma non incapace di amare.
Quello che l’autrice sa fare molto bene è utilizzare una narrazione capace di cambiare tono in modo immediato e convincente: scene che risultano divertenti possono l’attimo dopo rivelarsi emozionanti e toccanti e, allo stesso modo, scene tristi posso trasformarsi in qualcosa di divertente. In tutto questo non c’è però la banalità di molti libri dello stesso genere anzi, si vede una ricercatezza nell’alternarsi di queste situazioni ed il tentativo – riuscito - di rendere la storia il più credibile possibile.
Anche i personaggi che ruotano attorno ai protagonisti sono macchiette che richiamano i possibili atteggiamenti della vita e risultano ben delineati e ben inseriti nella trama. Il lato umano dei personaggi oltre che quello divertente emergono prepotentemente e ci fanno affezionare immediatamente alla storia ed alle vicissitudini di ognuno di loro. L’autrice è stata inoltre capace di far arrivare i sentimenti, le sensazioni, tanto che ci sembra quasi di toccare con mano alcune emozioni che ci vengono raccontate.
Un libro che consiglio per la sua capacità di regalare sorrisi ma anche emozioni vere e per la sua capacità di catturare totalmente l’attenzione fino a che l’ultima parola non sia stata letta.
Unica pecca, forse, un finale un po’ scontato – sicuramente tipico del genere - ma ora mi chiedo: chi mai avrebbe voluto leggere un finale diverso per questa storia??? Io assolutamente no!

VOTO: 


sabato 11 marzo 2017

Recensione #175 - Il gioco dell'angelo di Carlos Ruiz Zafon


Buongiorno lettori e buon sabato! Dopo averne tanto parlato per via del Gruppo di lettura organizzato in collaborazione del blog Desperate Bookswife oggi vi lascio la recensione con il mio pensiero completo sul libro Il gioco dell’angelo di Carlos Ruiz Zafon, pag.476, secondo volume della quadrilogia Il cimitero dei libri dimenticati edita da Mondadori.

Sinossi: Nella tumultuosa Barcellona degli anni Venti, il giovane David Martín cova un sogno, inconfessabile quanto universale: diventare uno scrittore. Quando la sorte inaspettatamente gli offre l'occasione di pubblicare un suo racconto, il successo comincia infine ad arridergli. È proprio da quel momento tuttavia che la sua vita inizierà a porgli interrogativi ai quali non ha immediata risposta, esponendolo come mai prima di allora a imprevedibili azzardi e travolgenti passioni, crimini efferati e sentimenti assoluti, lungo le strade di una Barcellona ora familiare, più spesso sconosciuta e inquietante, dai cui angoli fanno capolino luoghi e personaggi che i lettori de "L'ombra del vento" hanno già imparato ad amare. Quando David si deciderà infine ad accettare la proposta di un misterioso editore - scrivere un'opera immane e rivoluzionaria, destinata a cambiare le sorti dell'umanità -, non si renderà conto che, al compimento di una simile impresa, ad attenderlo non ci saranno soltanto onore e gloria.



Avevo letto questo libro ai tempi della sua uscita e, a differenza de L’ombra del vento - il primo volume di quella che allora era una trilogia – non avevo praticamente ricordi riguardo a questa lettura se non che mi fosse piaciuta molto meno al libro precedente. Anche dopo questa seconda rilettura resto dell’idea che questo libro non è, per quanto mi riguarda, neanche lontanamente paragonabile al volume che lo ha preceduto, per quanto resti un libro assolutamente godibile e da leggere.
Il gioco dell’angelo è stato scritto successivamente a L’ombra del vento ma ne rappresenta un prequel e già questo rende difficile il collegamento tra i due visto che ci sono pochissimi elementi che vengono ripresi da quello che per noi lettori era il primo libro letto.
La storia comincia con un nuovissimo protagonista – David Martin – un nuovissimo personaggio misterioso – Andreas Corelli – ed una storia apparentemente totalmente slegata dalla successiva se non per la presenza del Cimitero dei libri dimenticati e per le numerosissime analogie di avvenimenti che aleggiano in entrambi i volumi.
David è uno scrittore squattrinato, che comincia la sua gavetta in un giornale, per poi passare ad una casa editrice che gli commissiona dei romanzi a puntate, per finire alle dipendenze di una fantomatico editore di Parigi che, per la bellezza di centomila franchi, gli commissiona la realizzazione di un libro che favorisca la creazione di una nuova religione. Coinvolti nella vicenda anche uno scrittore un po’ pigmalione e un po’ approfittatore – Pedro Vidal -, una donna incapace di dare libero sfogo al suo cuore ma che si accontenta della stabilità economica – Cristina -, un’assistente giovane, brillante, capace di tenere testa a David senza farsi spaventare dal suo atteggiamento duro e distaccato – Isabella –, un libraio appassionato – Sempere padre – ed un ragazzino timido e introverso – Sempere figlio -. Insomma personaggi per tutti i gusti!
Da subito la lettura appare coinvolgente, come Zafon ci ha abituati, ma allo stesso tempo si ha immediatamente l’impressione che il libro sia particolarmente fantasy, in quanto la costruzione della storia è infarcita di elementi paranormali o quantomeno bizzarri. Per quanto mi riguarda – ricordate? io non amo per niente i fantasy! - forse è proprio in una scelta del genere che sta il limite di questo libro, perché la storia raccontata non ha nessuna base possibile e reale. Il mistero che c’era ne L’ombra del vento sfociava in una storia molto terrena e possibile, in questo caso invece il mistero è tangibile ma non sfocia in nulla, se non in un finale aperto all’interpretazione e alla fantasia – che deve essere fervida – del lettore, ma nonostante tutte le possibili interpretazioni restano comunque dei nodi che non verranno mai sciolti. Devo però constatare la capacità dell’autore di tenermi incollata ad una storia totalmente al di fuori delle mie corde, con una trama che, probabilmente, se l’avesse scritta un altro avrei bocciato. Questo fa di lui un grande!
Se in più aggiungiamo l’enorme capacità narrativa non posso che promuovere il lavoro svolto in questo libro: i personaggi sono tangibili, di ognuno di loro abbiamo un quadro completo, sia fisico che caratteriale, così come possiamo quasi toccare con mano le ambientazioni, sia esterne che interne. Le emozioni del protagonista ed il suo intercedere lento sul filo di un baratro a cavallo tra la realtà e la follia arrivano al lettore come un fiume in piena e questo non può far altro che farsi coinvolgere!
Voi cosa ne pensate? Avete letto questo libro? Vi è piaciuto?

VOTO: 


venerdì 10 marzo 2017

Letture con Marina #9

Buon venerdì amici. Dopo due settimane torna Marina con la sua rubrica. A lei la parola!


Autore: Alexander McCall Smith
Traduzione: Elisa Banfi
Titolo: 44 Scotland Street
Casa editrice: Ugo Guanda Editore Spa  
Pagine: 336
Anno Pubblicazione:2009

Sinossi:  Quando spinge il portone del 44 di Scotland Street, nel centro di Edimburgo, Pat non vede l'ora di cominciare tutto daccapo. È al suo secondo anno sabbatico e una casa e un lavoro nuovi sono quello che ci vuole per ripartire. Da lì in poi dividerà l'appartamento con l'insopportabile Bruce, agente immobiliare bello e vanitoso; troverà lavoro nella galleria d'arte di Matthew, un giovane delicato ma inconcludente che di arte non capisce nulla; trascorrerà piacevoli serate con l'eccentrica vicina di casa Domenica, un'anziana antropologa dispensatrice di storie esotiche e saggi consigli sugli uomini. Intanto al piano di sotto Bertie, inquieto bambino prodigio, cerca di far capire alla madre, Irene, che preferirebbe rugby e trenini elettrici ai corsi di yoga, sassofono e italiano. A unire tutti un misterioso tentativo di furto e la caccia a un quadro che potrebbe essere una crosta o valere una fortuna...

RECENSIONE:

Di Alexander McCall Smith, che considero scrittore scozzese a tutti gli effetti dato l’amore che profonde a piene mani per l’adorata Edimburgo, avevo già letto il primo libro di un’altra sua serie (Il Club dei filosofi dilettanti - Serie: I casi di Isabel Dalhousie), che mi aveva lasciata un po’ perplessa e insoddisfatta. Ed invece, ora che ho iniziato la serie di 44 Scotland Street e sono immersa nella lettura del secondo romanzo, mi devo ricredere. Penso che McCall Smith sia un autore che non si apprezza immediatamente, forse perché, oltre alla bellezza del libro in sé, sono anche tanti gli spunti che in modo molto naturale egli dissemina nelle sue opere. Il lettore deve immergersi nel suo mondo ed entrare nel ritmo quieto ed elegante dei suoi aneddoti. Senza fretta e riflettendo su quanto egli fa dire o fare ai suoi personaggi. E questa serie ne è un perfetto esempio.
Sarà che le storie di condominio o di signorili palazzotti in decadenza sono sempre intriganti, saranno gli abitanti con le loro vite e vicissitudini. Sarà il modo in cui l’autore ci fa girare per le strade di Edimburgo, fino a conoscere bene questa città, i suoi abitanti, le loro abitudini e le loro pecche. Sarà che in questi romanzi non ci sono soprassalti o moti del cuore che fanno sobbalzare o inquietare. Sarà la finezza elegante e soffusa, oltre alle dinamiche che si dispiegano davanti agli occhi del lettore mano a mano che si prosegue la lettura, ma mi sto appassionando a questa serie e mi sono definitivamente innamorata di quest’autore.
Un autore che qui suddivide i suoi romanzi in piccoli capitoli, ciascuno con un titolo accattivante e che sembrano anticipare quanto poi succede nel capitolo stesso.
Ci sono molti temi - sociali, politici e psicologici - che l’autore fa affrontare ai suoi personaggi e che sembrano catapultarci nella mente di questo Signore con la “S” maiuscola. 
“L’ipocrisia è nell’aria che respiriamo”: questo è uno dei temi ripresi varie volte dai protagonisti di questa serie, nel parlare di Edimburgo. Altra parola che i protagonisti del romanzo usano per identificare Edimburgo è: antiquata.

Ma conosciamoli dunque questi personaggi, che sono la colonna portante di questa serie. C’è Pat, che forse è la vera protagonista del romanzo, o comunque la portavoce, attraverso la quale ci addentriamo nel romanzo e veniamo resi partecipi della vita anche di tutti gli altri. Vite che come nella nostra storia reale e quotidiana si incrociano – e portano ad altre conoscenze. Pat che dopo un anno sabbatico, non ha ancora deciso cosa fare della sua vita, se andare all’Università, lavorare o … Una cosa però ha ben chiara in mente: andare a vivere la sua vita fuori di casa dei genitori, nonostante l’amore ed il rispetto, sentimenti che, oltre all’ammirazione, la legano al padre. Il narciso, borioso ed insopportabile bel Bruce, agente immobiliare, che l’accoglie in un appartamento che dovrebbe dividere, oltre che con lei, anche con altri 2 coinquilini, salvo poi convivere solo con Pat. E Domenica, una donna colta e simpatica sulla sessantina, sua dirimpettaia, donna interessante, sempre pronta a raccogliere confidenze, fulcro di incontri e conversazioni stimolanti, nonostante la grossa differenza di età. Il suo amico pittore Angus Lordie con il cane Cyril, amante della birra e delle donne. E poi il giovane Matthew, il debole, sensibile ed inetto ricco capo di Pat, proprietario di una galleria d’arte. E Big Lou, donna enigmatica proprietaria di un pub, ex libreria. E la famiglia di Irene e Stuart Pollock con il figlio di 6 anni, Bertie, superdotato ma forse solo troppo stimolato bambino. Con i loro problemi, le loro manie e le loro assenze. E tanti altri che incontreremo lungo il percorso del romanzo, come Todd, il proprietario dell’agenzia immobiliare dove lavora il bel Bruce, tipico – a quanto sembra – esponente della piccola – soprattutto di vedute - borghesia edimburghese.

Come dicevo, tanti temi interessanti in questo romanzo. A partire dalla città di Edimburgo. Ma sarebbe troppo lungo elencarli tutti qui e forse si rovinerebbe la lettura a chi volesse suonare il campanello al nr. 44 di Scotland Street.
The Singing Buttler, Jack Vettriano

Una cosa però mi piace anticipare: ovviamente, avendo “creato” un proprietario di una galleria d’arte, si parla di diversi artisti scozzesi: soprattutto pittori, ma grazie al personaggio di Angus Lordie, anche di poeti. Vorrei soffermarmi su due artisti (gli altri Ve li lascerò scoprire nelle conversazioni dei protagonisti di questa serie): Peploe (1871-1935) e Vettriano (1951). Soprattutto Vettriano, di origine italiana, con la sua arte figurativa osè e molto conturbante. Qui di seguito Vi lascio due opere, le cui raffigurazioni si trovano liberamente in Internet, come il resto di tutta la sua produzione. 
Bluebird at Bonneville, Jack Vettriano
Una, the singing butler (il maggiordomo danzante) mi ha colpita particolarmente per i colori usati e soprattutto la fluidità dei movimenti dei protagonisti immortalati. Ed anche per i pensieri nati proprio dal titolo, unitamente alla figura della donna che si accompagna al maggiordomo. Il secondo, con una composizione scenografica accurata, oltre ai colori stupendi, perché è stata battuta da Sotheby’s a 468.000 sterline!



Vi invito ad andare a curiosare in Internet … rimarrete piacevolmente sorpresi !

Se dovessi riassumere in poche parole il libro letto, direi che è un romanzo dal ritmo piacevolmente lento, dove succede poco e quel che accade, anche se inizialmente misterioso, viene trattato con la quotidianità che risolve quietamente il mistero, ma dove soprattutto ci sono tanti spunti di riflessione e di interesse sia sull’amore che sul filosofeggiare che hanno parecchi personaggi del romanzo e che ci ammaliano fino a voler leggere ancora ed ancora le storie delle persone che abitano al 44 di Scotland Street.

AUTORE: Alexander McCall Smith, nato e cresciuto in Africa, è stato per anni professore di diritto presso
l’Università di Edimburgo ed è stato vicepresidente della commissione per la genetica della Gran Bretagna.
Prima di dedicarsi alla narrativa, ha scritto molti libri di altro genere.
Guanda ha pubblicato la serie di Precious Ramotswe e della sua Ladies’ Detective Agency N. 1. E la serie della detective per caso Isabel Dalhousie. Sempre per Guanda è uscita la raccolta di racconti su Edimburgo, dove McCall Smith compare come autore insieme a Irvine Welsh e Ian Rankin.

giovedì 9 marzo 2017

If I Say... #9 - Caramelle

Buongiorno carissimi, come state? Oggi sul blog torna If I say, la rubrica in collaborazione con Baba Desperate Bookswife in cui associamo dei libri alla parola che voi avete scelto attraverso un sondaggio nella puntata precedente. La parola che avete votato per oggi è: CARAMELLE.
Noi sempre parole semplici eh...

Il primo libro che mi è subito saltato alla mente appena ho pensato a questa parola è uno che ricordavo avesse nominato Michy qui sul mio blog quando - vi ricordate? - teneva una rubrica intitolata Random. Sono andata a cercare quel libro e in realtà sono gomme ma dai, me la date buona lo stesso??? hihihihihi
Si tratta de  Il ladro di gomme di Douglas Coupland edito da ISBN Edizioni. Michy ne parlava  qui


La seconda associazione è legata ad una serie di libri che in realtà in questo periodo è molto nominata nel blog. Si tratta de Il cimitero dei libri dimenticati di Carlos Ruiz Zafon. Lo so, non ne potrete più di sentirla nominare - ma purtroppo per voi mancano ancora tre recensioni all'appello quindi vi toccherà ancora per un po' - ma non ho potuto fare a meno di pensare alle gustosissime Sugus al limone che Fermin assapora con una necessità che sembra quasi una dipendenza.
 



E con questo è tutto! Prima di correre a vedere le associazioni di  Baba  non dimenticate di votare qui sotto la prossima parola!


mercoledì 8 marzo 2017

Recensione #174 - Mirtilli a colazione di Meg Mitchell Moore

Buongiorno carissimi, oggi inizio a pubblicare una delle recensioni arretrate, accumulate nelle scorse settimane a causa dell'infortunio al piede. Purtroppo per voi, fino alla prossima settimana verrete tempestati visto che molte tappe delle challenge cui sto partecipando volgono al termine ed io devo necessariamente pubblicare tutto entro il 20 marzo!  Oggi vi lascio con il mio pensiero, purtroppo non positivo, sul libro Mirtilli a colazione, esordio di Meg Mitchell Moore, pag. 312, edito da Garzanti.

Sinossi: Burlington, Vermont. Il tavolo della colazione sembra un campo di battaglia. Uova strapazzate sbocconcellate, macchie di marmellata mista a yogurt, briciole di pane sulla tovaglia. In salotto giocattoli sparsi a terra e il pianto di un neonato. Ginny e William pensavano di non doversi più occupare di queste cose. Tutti i figli sono ormai grandi e se ne sono andati finalmente a vivere per conto proprio. Il loro programma era quello di godersi in pace gli anni della vecchiaia, curare il giardino, scaldarsi alle chiacchiere serene dell'ultimo sole. Ma è bastato un solo, breve weekend perché la casa fosse improvvisamente invasa da tutta la loro progenie. La prima a presentarsi è Lillian, in fuga da un marito fedifrago, con al seguito la sua bambina di tre anni e il neonato Philip. Poi Stephen, accompagnato dalla moglie che scopre proprio in quel momento che la sua gravidanza è a rischio ed è costretta all'immobilità immediata. E infine Rachel, la figlia minore, che ha perso il lavoro e non può più permettersi le scarpe costose e l'affitto nel pieno centro di Manhattan. Dovevano fermarsi solo pochi giorni, ma sono diventati ospiti a tempo indeterminato. William e Ginny hanno di fronte a loro una lunga, lunghissima estate in cui, fra piatti rotti, urla selvagge, ma anche le carezze tenere delle dita paffute di un nipotino, devono imparare a conoscere di nuovo i figli e i loro problemi, ormai molto più complessi di una caduta dalla bicicletta e un ginocchio sbucciato.


Ho comprato questo libro anni fa e recentemente ho deciso di leggerlo grazie a due delle challenge cui quest’anno sto partecipando. Fa parte di quei tanti libri che compro con lo slancio del momento e la cui voglia di leggerli si assopisce con il passare del tempo fino a restare per anni a prendere polvere nella mia libreria. Per fortuna per lui il suo momento è arrivato!
La storia è molto semplice. Siamo nel Vermont, Ginny e William sono una coppia adulta, con i figli ormai grandi, che vivono con un loro equilibrio in una casa silenziosa nei pressi di un lago. Sono una coppia come tante, hanno cresciuto tre figli cercando di fare del loro meglio ed ora si godono la vecchiaia. La tranquillità viene presto stravolta dall’arrivo improvviso della loro figlia maggiore Lillian che, con una bambina di tre anni nel pieno della parlantina e dei perché ed un neonato che la notte si sveglia ancora ogni due ore per la poppata, si rifugia dai genitori per scappare dalla realtà di un marito fedifrago. Non dice ai genitori quanto si tratterrà, né il vero motivo della sua visita. La casa diventa subito un campo di battaglia, con pannolini, tutine, giocattoli e soprattutto con un continuo chiasso cui Ginny e William non sono più abituati. La faccenda si complica con l’arrivo di Stephen e di sua moglie Jane, in attesa del loro primogenito, che improvvisando un weekend dai genitori – “tanto mamma e papà ci invitano sempre” è il motto dell’uomo – si ritrovano bloccati a Burlington per ben dieci settimane a causa di un problema alla placenta che obbliga Jane al riposo assoluto. Immaginate una casa già sovraffollata, con nuora e suocera che non si amano proprio alla follia…
Se l’amore di Ginny e William non è mai messo in discussione, la loro integrità mentale inizia a vacillare quando le loro abitudini vengono stravolte – apparentemente senza che nessuno si scusi per questo – e la loro casa diventa un caos pieno di roba da lavare. Ma non poteva finire qui. Evidentemente i due genitori hanno sempre data ai figli l’impressione di essere disponibili in ogni momento quindi anche Rachel, la figlia più piccola, in crisi con il fidanzato e assolutamente insoddisfatta del suo lavoro lascia New York e si presenta anche lei alla porta dei genitori.
Ecco, immaginate la famiglia del mulino bianco… CANCELLATELA dalla vostra mente! Questa famiglia ci viene mostrata in tutte le sue imperfezioni, in tutta la sua difficoltà di tornare a convivere, dopo tantissimo tempo, tutti sotto lo stesso tetto. Che sarebbe anche un bene se tutto non fosse secondo me portato ad un'esasperazione un po' eccessiva prima, ed alla banalità più assoluta dopo.
I personaggi – soprattutto i figli - risultano, vi dirò, a tratti antipatici, irrispettosi, incapaci di convivere civilmente e incapaci di tenere conto anche dei bisogni degli altri oltre che dei propri; non so se questa sia un’esasperazione voluta dall’autrice ma, per quanto non mi aspetti mai personaggi perfetti nei libri che leggo, qui mi sembra un po’ eccessivo. Come se tutto fosse "pompato" per rendere più credibile la situazione; anche i genitori, che da amorevoli tappetini diventano, man mano che le pagine scorrono, insofferenti ma senza cercare mai di dare uno scossone a quelli che sembrano bambini invece che quasi quarantenni, denotano una mancanza di polso incredibile.
Tutto si svolge lentamente, tutto avviene quasi sempre in quella casa, con situazioni che si ripetono, panni da lavare che si accumulano, incomprensioni che prendono piede irrimediabilmente. La soluzione di tutto è altamente scontata, priva di brio e raggiunta anche in modo troppo veloce rispetto al resto del libro.
Per fortuna lo stile dell’autrice non è pesante e permette di leggere queste poco più di trecento pagine in modo abbastanza veloce, peccato per la storia che – va bene la semplicità – ma mi è sembrata troppo banale e poco coinvolgente.
Un libro di cui probabilmente dimenticherò a breve quasi tutto, purtroppo…
In più mi chiedo: ma il titolo, che senso ha??? Nessuno mangia mai mirtilli a colazione, e i mirtilli vengono nominati forse una volta ma senza che venga dato particolare risalto alla cosa quindi perché, visto che il titolo originale del romanzo è The arrivals??? E visto che quello stesso titolo dava benissimo l'idea di ciò che avviene nel libro! Lo so, sembrano cose di poco conto ma a me fanno imbestialire!

VOTO: